SUNN O)))
Fontanellato (PR), Labirinto della Masone

Al maestoso palco allestito per i Sunn O)))) – sotto una gigantesca piramide in mattoni, ad evocare scenari di altri tempi e di altri luoghi – si arriva dopo una lunga e tortuosa camminata all’interno del labirinto arboreo più grande del mondo, calato nella più tetra oscurità. A rompere il buio, di tanto in tanto, delle fioche luci appese ai rami e qualche inquietante presenza in maschera. Perché la scenografia spettacolare di questo insolito gruppo, che continua a far parlare di sé, non dimentica nessun dettaglio e vuole spiazzare e sconvolgere fin da subito. Giunti alla meta, ci si trova di fronte ad un fascio di luci verticali, barlumi che svettano fino a toccare il cielo, in contrasto con le bassissime frequenze che di lì a poco avrebbero scavato tutto, fino al nucleo della terra. Ecco che, all’improvviso, una forte luce bianca illumina l’alta piramide posta sopra al palco e, improvvisamente, fa il suo ingresso trionfale un incappucciato Attila Csihar, frontman e voce del gruppo, per esibirsi in una vera e propria pièce teatrale. Una voce cupa in una lingua ignota: forse dei mantra, o forse – come altri hanno intuito – l’evocazione di un antico rito sacrificale azteco. Nenia lugubre che spezza il silenzio al centro di un labirinto che è ormai il simbolo di uno spettacolo indecifrabile, e l’amplificazione dall’ineguagliabile potenza fa il resto. Non si tratta di un semplice intro, ma di una vera e propria iniziazione all’atto finale di una tragedia apocalittica, quella che non a caso (come la sua data: 09/09/2+0+1+6) prende il nome di “Finis Mundi”.
La voce vibra dentro i corpi degli astanti, preparando le viscere a ricevere la scarica di suoni ribassati prodotti da chitarre, moog, tastiere, trombone e forse qualche altro strano strumento, irriconoscibile dietro la massa di fumo cangiante ad offuscare le nostre viste. Insieme alla coltre di fumo, entrano in scena Stepeh O’Malley e Greg Anderson, membri fissi della band, accompagnati da Tos Nieuwenhuizen e Steve Moore, ed è subito sisma. Magnitudo 9.0: un terremoto vero e proprio generato dal muro di amplificatori – rigorosamente marca Sunn O)))) – avvolge ogni cosa e sommuove le interiora di tutti gli spettatori. Difficile parlare di scaletta. Comparare ogni singolo pezzo live con ogni singola traccia su disco equivarrebbe all’interdizione mentale definitiva, per chiunque. Non si può parlare di concerto, si deve parlare – wagnerianamete – di opera d’arte totale. Questi suoni che risucchiano e fanno perdere i connotati del reale; questi suoni che trascinano giù, nella profondità della terra, alienano la mente e, al di là del contingente, aprono il varco al labirinto del pensiero.
Chi sono? Da dove vengono? Cosa vogliono dirci? Che li si ami o li si odi, che si sia ciecamente aggrappati al concetto usuale e canonico di musica o si sia pronti ad accoglierne la totale sovversione, non si può fare a meno di riflettere su di loro. Perché i Sunn O)))), in fondo, sono l’ultima delle avanguardie, e forse non lo sanno (o non lo Sunn O)))), passateci il calembour) ma attingendo ad una tradizione di sessantiana memoria (quella della drone music, coi suoi bordoni condensati) danno vita a qualcosa di assolutamente nuovo quanto inaspettato. C’è chi li considera solo dei buffoni, fautori di un anti-musica nullificante quanto vuota, e c’è invece chi – come lo scultore Richard Serra – vi rintraccia un notevole portato artistico. Qualunque sia la risposta, il punto resta fermo: i Sunn O)))) creano domande, ne creano molte, e questo live è stato quanto mai significativo, soprattutto se si tiene conto del fatto che è andato in scena in occasione della ricorrenza del trentennale della morte di Jorge Loius Borges per celebrarne il sodalizio con lo scultore Franco Maria Ricci, artefice del labirinto che è stato scelto come location del concerto e che, non a caso, è uno dei tòpoi più rappresentativi della poetica dello scrittore argentino.
Ecco che, allora, questa band è davvero riuscita a collocarsi nella zona liminale tra minimalismo e massimalismo, nell’ambito di quella che Walter Benjamin chiamerebbe “spettacolarizzazione della vita”, riuscendo a diventare – in un modo o nell’altro – il simulacro della nostra società. Che poi al di là del bene e del male, e quindi al di là dei Sunn O)))) stessi, ci sia il vuoto o ci sia una profonda densità di senso, questo non è dato saperlo. Certo è che un live così non si può dimenticare, nemmeno nell’arco di una vita intera. I muscoli del corpo, gli organi interni, lo strato epiteliale, oltre alla vista e, ovviamente, all’udito, ne restano impregnati; ed è come se il ricordo di questi strani uomini senza volto restasse tatuato dentro. Perché dietro quelle tuniche che nascondono ogni sguardo, al di là del buio, sembra celarsi un segreto inattingibile, un segreto labirintico e ancestrale che prende il nome da una marca di amplificatori.

Valeria Eufemia e Stefano Sanguigni