THE BLACK ANGELS
Roma – Circolo degli Artisti

C’era grossa attesa per il ritorno in capitale dei Black Angels, al terzo appuntamento romano dopo le esibizioni del 2008 e del 2011. A dirla tutta quegli show erano stati abbastanza deludenti per una formazione che è considerata ad oggi – a ragione – tra le migliori espressioni in ambito acid rock. Big Three scampato, per fortuna. Il gruppo texano sforna finalmente una prestazione convincente (seppur non a livelli elevatissimi), scrollandosi di dosso quell’alone di incompiutezza e staticità impenetrabile che avevano caratterizzato le esibizioni passate.
In apertura ci sono i canadesi Elephant Stone e la scelta degli autori di “The Seven Seas” come opener della serata non è proprio azzeccata. La psichedelia è assente quasi del tutto, resta soltanto un indie rock zuccheroso ed esotico, inserito all’interno di un contesto Sixties pop molto ruffiano e poco suggestivo. Dispiace, perché la raffinatezza compositiva e la perizia strumentale della band di Rishi Dhir appaiono fuori discussione. La pioggia che nel fine settimana si è abbattuta su Roma scoraggia il pubblico, che non riempie il Circolo come accaduto due anni fa. Sono le 22.40 e quando partono le note di un’anomala “One of These Days”, si capisce subito che ci apprestiamo a vivere tutt’altra musica.
Floydiano è l’approccio dei Black Angels. Lo dimostra l’avvio affidato alla dopatissima “Mission District” e all’avvolgente “Yellow Elevator”. Per chi fosse dimentico di un certo tipo di storia del rock, il quintetto americano ci ricorda che Pink Floyd, Velvet Underground, 13th Floor Elevators, Doors, Spacemen 3 e Loop ne hanno scritto pagine fondamentali. Il riff circolare di “Evil Things” è una goduria, combinazione perfetta con i continui cambi di (e tra) strumenti che caratterizzano l’intero live. La voce di Alex Maas è in riverbero costante e quando questi mansueti cavalieri elettrici di Austin spingono sui suoni, il muro sonoro diventa spesso e impenetrabile.
Quando dal nuovo “Indigo Meadow” vengono estratte la hit “Don’t Play with Guns”, la stordente title track (il chorus si canticchia sotto ogni doccia che si rispetti) e la folgorante “I Hear Colors (Chromaesthesia)”, il dato è tratto. Il passaggio “commerciale” dell’ultimo lavoro non ha scalfito le qualità di una delle creature più osannate dalla critica musciale di mezzo mondo. “Entrance Song” è ormai un cavallo di battaglia, supersonic overdrive da sogno al fosfene che turba e scuote. Il drumming di Stephanie Bailey è rituale, ipnotico, a tratti persino irritante nella cadenzata immobilità delle ritmiche. Curioso inoltre vedere due chitarristi mancini, note sinistre di un sound diabolico? In realtà la divagazione psicotropa non è mai abbracciata del tutto. Si potrebbe dire che i Black Angels assolvono al proprio compito, senza sbavature ma senza neanche strafare. In parte è vero, come è vero che quando piazzano la tripletta formata da “Broken Soldier”, “Telephone” e la stupenda “Young Men Dead”, il godimento è assicurato.
Continuiamo a preferirli su disco che dal vivo. Oppure quando lasciano il palco e rientrano realmente psichedelici, dilatando all’inverosimile “Bad Vibrations” e “You on the Run”. Peccato non aver potuto ascoltare in questo contesto autentiche perle del calibro di “Never/Ever”, “The First Vietnamese War” e “Manipulation” (“Passover” inizia ad essere snobbato?). Tuttavia è difficile chiedere troppo ad un gruppo che con il lancio su YouTube del nuovo videoclip arriva a toccare oltre 160.000 visualizzazioni. Lou, Syd, Roky, Jim, Robert e Sonic Boom sorridono sornioni. E noi con loro. Per stasera ai Black Angels diamo un bel 7. La prossima volta dovrà essere un 10.

Alessandro Zoppo