The Soft Moon: 22 febbraio 2018 – Monk, Roma

Luis Vasquez, demiurgo del progetto The Soft Moon, cita La Bamba tra i suoi film preferiti. La scelta del biopic su Ritchie Valens – piazzato tra La mosca, Elephant Man, Halloween, Mad Max, Attrazione fatale e Allucinazione perversa – non sorprende chi conosce la storia personale di Luis. Cresciuto negli squallidi sobborghi di Oakland, un’infanzia negata e un’adolescenza di dipendenze ed errori, la fuga in Argentina, poi l’arrivo a Venezia e l’approdo a Berlino.

Uno sradicamento che ha raccontato nei quattro dischi che hanno reso The Soft Moon una delle rock band più importanti degli ultimi anni. Arrivato al Monk di Roma con il tour promozionale di Criminal, Vasquez ha fornito l’ennesima dimostrazione di forza. L’evidenza di come si possa essere divorati dall’oscurità e restituirla in piena luce.

L’importanza della solitudine e la musica come catarsi. È questo che rende speciale una creatura come quella di Luis Vasquez. Roma accoglie con un’adatta pioggia invernale il suo ennesimo approdo nella capitale. Città decadente come le note abrasive di SΛRIN, musicista berlinese (con maschera in lattice che fa pensare a Diabolik piuttosto che ai giochi di controllo) che apre la serata a base di industrial, EBM e techno. Elettronica d’assalto tonante e godibile, seppur monocorde. Sarebbe stato meglio piazzarlo in chiusura, da iniettare nei corpi già provati dall’industrial-strength synth-punk degli headliner.

L’energica forza distruttiva dei Soft Moon si materializza con calma e pacatezza imbarazzanti. L’inizio è infatti inatteso: si parte con Criminal, brano che chiude l’ultimo, bellissimo album. Luis, accompagnato da Matteo Vallicelli (ascoltate il suo sorprendente album solista, Primo) e Luigi Pianezzola, è artefice di un sound denso e melmoso, simile ad un bolo di catarro sonoro.

Dark nelle sue infinite sfaccettature, Vasquez bilancia estratti dai primi due dischi – immancabili Dead Love e Insides – come da Deeper, ad oggi il capitolo più amato dai fan della band. Criminal copre un’ampia fetta della setlist, che raggiunge il suo vertice drammatico nella tripletta Like a Father, Far e The Pain. L’inarrestabile progressione pop wave degli ultimi lavori emerge soltanto a tratti. A prevalere sono vomiti e veleni celiniani, modulati sulla pesantezza di Ministry, Killing Joke e Throbbing Gristle.

Quando l’elemento ossessivo-percussivo di Wrong e Want prende il sopravvento, ogni tensione autodistruttiva è esorcizzata nella musica. The Soft Moon prende a calci il temuto revival new wave e offre un travolge show psichedelico e lancinante. Il ritorno a casa, sotto la pioggia scrosciante, ribadisce ancora una volta che “this head is a problem / you’re the ghost of my problem”.

The Soft Moon (foto: Greg Cristman)

 

Alessandro Zoppo