Tube Cult Fest 2018: 27 e 28 aprile – Scumm e MamiWata, Pescara

Il Tube Cult Fest compie dieci anni. Tanti gruppi sono passati per questa sponda del Mediterraneo e Davide Straccione con la sua Skeptic Events ha sempre fatto il punto sulla scena (più) heavy (che) psych mondiale attraverso selezioni che abbracciassero il tema in senso ampio. Un po’ come per il Roadburn, nel corso degli anni e con il progredire del festival le contaminazioni sono arrivate con band dedite al post rock, al metal estremo, all’ambient malato: un attentato all’ortodossia stoner che ha avuto il merito di far incontrare fette diverse di pubblico, con diverse fascinazioni.

Il primo merito va riconosciuto alla programmazione dell’evento: scalette rispettate e location preparatissime (novità di quest’anno è stata l’aumento delle sale da due a tre, con lo Scumm dedito alla lounge zone fatta di bancone del bar, DJ set e merchandising). Chi, come molti, ha voluto non perdersi una band con il foglio alla mano ci è riuscito e i locali erano preparati ad accogliere tutto il pubblico senza farlo risultare ammassato. Ma passiamo alla musica.

Venerdì 27 aprile i vincitori morali di giornata sono i Messa. Italiani di Treviso, sono stati una sorpresa affascinante. Sul loro profilo Bandcamp si definiscono scarlet doom e nelle note del Tube Cult leggiamo che sono influenzati da Pentagram, Bell Witch, Windhand, Jex Thoth e Bathory (!). Tutto vero, ma non solo. Assistiamo allo show di una band che sa manipolare il tempo. Non hanno fretta questi quattro ragazzi, non hanno voglia di spaccare: hanno l’intenzione di farci viaggiare con dolcezza tra i giardini delle delizie ultraterrene.

Merito soprattutto del chitarrista Alberto: giovanissimo, aria pacata, si alterna tra le sei corde e i tasti d’avorio e porta le composizioni durissime a scontrarsi con l’assenza del suono (per certi versi vicinissimi alle colonne sonore dei Goblin – non solo quelle dei film gialli). Sara, affascinante cantante dal timbro caldo e pastoso, sbarra gli occhi oltre il limite dell’orizzonte e ci tiene in pugno: il resto della band segue ossianicamente il rituale senza perdere un colpo, stratificando il suono lentamente. Davvero eccellenti.

Tube Cult Fest 2018

Messa (foto: Maurizio Ruffini)

Altro highlight di serata è quello griffato High Reeper. Il gruppo heavy stoner doom di Philadelphia propone un concentrato di riff e dinamiche super sabbathiane, saturando l’aria di graffi valvolari e simpatiche divagazione 70’s proto-metal. La band statunitense ha esordito su Heavy Psych Sounds Records con un disco omonimo che dal vivo mantiene tutto ciò che promette. A furia di scuotere testa, anca e bacino ci sono cresciuti i baffoni e sono spuntati pantaloni a zampa a tutti i presenti.

Se i Calvario (black hardcore da Milano) e i Sum of R (ambient cinematic psych drone doom da Berna) si attestano sulla sufficienza con concerti sì intensi ma scarsamente originali, va meglio con l’avant noir dei Sannhet di Brooklyn, che mandano il pubblico in uno stato catatonico. I loro brani sono pitture alla Turner: da un momento all’altro la natura potrebbe spezzarvi il collo. Riuscita la descrizione che ne fornisce l’organizzazione: “Scrivono lettere d’amore, epistole estese, note suicide, il tutto senza parole”.

Sempre dagli Usa e nel rooster della Ripple Music (ma nativi Small Stone) i Freedom Hawk portano sul palco la loro miscela hard and heavy dell’ultimo Beast Remains. Il lavoro delle twin guitars è esemplare nel ricordarci la nascita del southern rock e dell’heavy metal nei tardi Settanta (e c’è più di un omaggio allo stile di Dave Murray) che unito alla voce simil-Ozzy del cantante producono un effetto retrò dal gusto dolciastro. In chiusura l’apocalittico post-metal degli svizzeri Zatokrev lascia piuttosto indifferenti: qualche apertura in più avrebbe reso l’impasto oscuro e minaccioso del gruppo meno noioso.

Tube Cult Fest 2018

Freedom Hawk (foto: Maurizio Ruffini)

La giornata di sabato 28 aprile vede un parterre di altre sette band, come la giornata di venerdì. I migliori sono i Minami Deutsch dal Giappone. Un concerto eccezionale il loro. Non è un caso che nel loro nome abbiano un riferimento alla Germania, dato che il loro è un viaggio psichedelico verso le frontiere conosciute del kraut rock. Gentili e concentrati, salgono sul palco in punta di piedi, costruendo il proprio suono con monoliti sempre uguali, sempre diversi. Portano sul palco i loro due lavori, With Dim Light e l’omonimo del 2015. Una boccata d’aria fresca per tutti gli astanti, accarezzati, per una volta, da un sound distorto con dolcezza. I brani (o meglio, i viaggi che ci fanno fare) nascono da pochissimi elementi ritmico-melodici per poi gonfiarsi fino ad esaurire l’aria della stanza con la conseguenza di farci lievitare in una bolla acida. Arrivano in prossimità dei Dead Meadow, con Tangled Yarn, e questo è un bene. Si riducono all’esaurimento fisico/psichico che prontamente avviene, in prossimità del bagno, con lo svenimento del chitarrista. Donarsi completamente e genuinamente ad un progetto artistico: ecco i Minami Deutsch. Seguiteli con amore, se lo meritano.

Tube Cult Fest 2018

Minami Deutsch (foto: Maurizio Ruffini)

Un bel colpo al cuore lo assestano anche il mudcore dei bolognesi Lleroy (piacevolmente asfissianti nel loro assestare mazzate a destra e a manca con un noise fangoso e appiccicaticcio) e lo show elettrizzante dei romani MalClango, autori scimmieschi di un weirdo math rock da due bassi e una batteria. Non come i Morkobot, non come i Cop Shoot Cop: loro hanno qualcosa di tribale, di ballabile, di sleazy. Si divertono e fanno divertire interagendo con il pubblico. Vengono da altre realtà musicali (Juggernaut, Inferno e Donkey Breeder) ma potrebbero sorpassare da destra e non essere più riacchiappati. Atrwork e concept tutto a tema gorilla per una band interessante.

In precedenza, era stata la volta di The Slave Preacher (il godibile progetto psichedelico di Aaron Brooks, il vecchio cantante dei Simeon Soul Charger, accompagnato in quest’occasione da Stonino e Federico degli Zippo) e Flynotes, trio strumentale psychedelic post rock di San Pietroburgo con tanto di bassista indemoniato. Vagamente al di fuori da questo contesto i sardi Charun, per certi versi assimilabili ai Sannhet: composizioni strumentali dall’Australasia con amore, con un tocco in più di riduzione a zero del wall of sound. Il gran finale è affidato ai Weedeater, e il sudore scorre a fiumi. I padrini del groovy sludge smoke doom da Wilmington (nati dalle ceneri dei seminali Buzzov’en) sono dei simpatici campagnoli con la passione per l’erba, il whisky, i volumi mostruosi, il sudiciume e i Black Sabbath. Suonano per intero il loro classico God Luck and Good Speed e vomitano addosso al pubblico vocals slabbrate, ritmiche titaniche e riff pesanti come macigni. Un’oretta tesa e necessaria, senza esclusione di colpi, che – come già accaduto dal Tube Cult 2008 al 2017 passando per il glorioso Tube Cult 2014 – manda a casa i presenti storditi e felici. Appuntamento all’edizione 2019.

Tube Cult Fest 2018

Weedeater (foto: Maurizio Ruffini)

 

Eugenio Di Giacomantonio & Alessandro Zoppo