ULVER
Fontanellato (PR) – Labirinto della Masone

“From metal to mental”, era questo l’assunto portante di una recente intervista rilasciata da Kristoffer Rygg – meglio noto come Garm – geniale musicista che da sempre anima la storica band norvegese. Dal metal alla mente: è proprio questo il senso della continua evoluzione degli Ulver, ed è questa la chiave di lettura dello stupefacente live andato in scena nel labirinto arboreo più grande al mondo. Sì, perché sotto un cielo stellato e aperto verso l’infinito – tra luci laser di altri tempi e visionari effetti ottici – quello a cui i fan hanno assistito ha il sapore di un rito propiziatorio, un miracolo in grado di aprire le porte del cervello, spalancate su distese di paesaggi onirici.
A partire dal catartico “intro” del chitarrista Stian Westerhus, infatti, la mente comincia a vagare, scavalcando le consuete associazioni psichiche. Mezz’ora di sublimi canti a sovrastare un tappeto di chitarra, suonata in modo inedito e a tratti con l’ausilio di un archetto. Questa è stata l’intima performance del jazzista norvegese, tournista degli Ulver per il 2017: timbro caldo e linee vocali che hanno ridato vita a Jeff Buckley, calato stavolta nell’atmosfera distopica e oscura dell’inconfondibile sperimentazione scandinava targata “House of Mythology”. Un’esibizione da pelle d’oca interpretata con profonda immedesimazione, un incantesimo alienante, preludio della magia vera e propria, quella portata sul palco dai “lupi” che, senza soluzione di continuità, sono apparsi all’improvviso accanto a Stian sulle note di “Nemoralia”. Una scenografia al peyote ha accompagnato la serrata scansione ritmica dell’album “The Assassination of Giulus Caesar”, eseguito per intero con alcune variazioni nell’ordine della tracklist.
Come già accadde lo scorso anno con i sunn O))), anche stavolta, più che di concerto, si deve parlare di esperienza totale, in grado di assorbire tutti i sensi. Raggi laser proiettati sulle mura antistanti la grande piramide in mattoni, adibita a palcoscenico, ed effetti in grado ricreare un secondo cielo, uno strato di nuvole scure che ha spezzato i confini tra realtà e illusione, immaginazione e concretezza. E la performance musicale non è stata da meno: perfetta la sintonia ritmica tra batteria, synth e percussioni, strabilianti le linee vocali e decisamente azzeccate le sezioni strumentali di chitarra. L’impasto fonico è quello del nuovo disco, con decisi richiami al pop e alla new wave dei cari, vecchi anni Ottanta, il tutto avvolto dalle tinte fosche che caratterizzano la storica band scandinava fin dagli esordi, avvenuti all’insegna del black metal. Sì, ma in questo mare di dolci note ataviche non è mancata quella dolente: la scaletta!
Se è vero che il tour ha la dichiarata finalità di presentare l’ultimo lavoro, altrettanto vero è che un gruppo come gli Ulver, che ha peregrinato per anni, attraversando in lungo e in largo miriadi di generi musicali, ha davvero troppo da dire. Una band che è riuscita a scavalcare i confini delle consuete delimitazioni di genere, con ben 12 album alle spalle – oltre a 5 EP, 2 demo, 3 colonne sonore, 2 split e 4 raccolte – non può cavarsela con una setlist così scarna. L’unico brano non appartenente a “The Assassination of Julius Caesar” è stato il brano strumentale “The Future Sound of Music” tratto da “Perdition City”, tutto il resto è rimasto confinato nelle aspettative del fedele pubblico, ahinoi deluse. Per non parlare del finale: un brano come “Coming Home”, la cui lunghezza su disco è pari a 7.50 minuti, è stato esteso a dismisura, trasformandosi in loop costante e – diciamolo pure – logorante di oltre 20 minuti. Difficile spiegarsi il perché di una tale scelta, giacché quel preziosissimo tempo avrebbe potuto essere impiegato in modo assai più proficuo, soprattutto in virtù del fatto che si trattava dell’unica data in Italia.
Ciò che è rimasto nel cuore dei veri affezionati della band, quelli che potranno godersi un live con brani tratti da “Shadows of the Sun”, “Svidd Neger” e “Blood Inside” soltanto in sogno, è stato un grande vuoto. Nonostante l’indubbio valore artistico del concerto, nonostante l’enorme stima che – da sempre e per sempre – riserveremo a Garm, resta impossibile omettere questa grave pecca. Una pioggia di sogni inappagati è caduta sul pubblico quando, alla richiesta di un bis, i “lupi” si sono limitati a fare un freddo inchino per poi tornare in fretta nella tana dalla quale erano usciti. “È stata l’esperienza live più intensa della mia vita”, dice un norvegese incontrato a fine concerto all’uscita dal labirinto. E come lui, che ha seguito i suoi beniamini dalle fredde terre del Nord, anche noi la pensiamo allo stesso modo. Non c’è dubbio, il concerto è stato grandioso, ma un fan che si rispetti esige una scaletta altrettanto rispettabile.

Valeria Eufemia

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