WEEDEATER + ZOROASTER + VOID OF SLEEP
Ravenna – Bronson

Serata all’insegna della pesantezza quella che ci propone il Bronson, rinomato locale ravennate sempre attento alle nuove tendenze (e non solo) che arrivano dal circuito internazionale. Stasera tocca a due band piuttosto conosciute nel panorama stoner sludge doom: i Zoroaster ed i veterani Weedeater, entrambi reduci dal Roadburn Festival. Un’accoppiata decisamente imperdibile.
Ma andiamo con ordine perché l’evento viene aperto dai Void of Sleep, band locale di cui si dice un gran bene. Ed in effetti il quartetto, durante la mezz’ora a disposizione, sciorina uno sludge metal molto interessante con partiture progressive alternate a momenti più sperimentali e psichedelici che riconducono a certi Neurosis. Qualche correzione vocale, qualche ritocco nella composizione dei brani e ci siamo.
Poco prima delle 23 tocca ai Zoroaster menare le danze. Va detto subito che in sede live il trio raggiunge vertici di assoluta violenza che su disco parevano impensabili, complice anche il volume, talmente alto da coprire quasi interamente la voce. Eseguono quasi tutti i brani del recente e ottimo “Matador”: la maestosa “Odyssey”, “Ancient Ones”, “Black Hole”, “Old World”, “D.N.R.”, più qualche scheggia impazzita dagli album precedenti come la trascinante “Bullwhip”. Non c’è respiro tra un brano e l’altro, poiché l’intermezzo viene annullato da una distorsione continua e annichilente. Il batterista impressiona per la velocità di esecuzione e per la precisione mentre gli altri due eseguono il loro compito senza sbavature. Alla fine, dopo circa un’ora di performance, il pubblico (non numerosissimo) dimostra di gradire.
Passata da poco la mezzanotte è la volta dei micidiali Weedeater, band nata dalle ceneri dei seminali Buzzov’en. Si presentano freschi d’uscita del nuovo album “Jason… The Dragon” ancora sotto l’egida di Steve Albini, disco che però risulta sottotono rispetto ai lavori precedenti. Tanto è vero che dal recente album si limitano a proporre soltanto la title track e “Mancoon”. L’inizio è invece di quelli che non si dimenticano con l’accoppiata “God Luck and Good Speed” e “Wizard Fight”. La tensione sale, il frastuono anche.
Il bassista/cantante Dave Collins salta come un pazzo e vomita parole sul malcapitato microfono, il batterista risulta efficace e puntuale ed il chitarrista se ne sta in un angolo, statico, sigaretta in bocca a macinare riff pesanti come un macigno. E via che si prosegue ripassando tutto il repertorio con altri cavalli di battaglia come “Bull” e “Weedmonkey”. Anche per loro un’oretta senza esclusione di colpi.
L’esibizione è terminata. Si ritorna a casa storditi, stremati, stralunati ma comunque soddisfatti di aver assistito ad un concerto onesto e vero. Coi tempi che corrono, mica poco.
Good luck and good speed!

Cristiano Roversi

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