WHITE HILLS
Roma – Sinister Noise

White Hills from New York. E la psichedelia prende forma. Non poteva che proseguire in questo modo il fitto programma autunnale del Sinister Noise di Roma, ormai ritrovo abituale per tutti coloro i quali si cibano di rock e sue sfumature (nere, acide o tenui che siano). Stavolta tocca ai White Hills, trio newyorkese che si è fatto notare negli ultimi anni con una serie impressionante di uscite. Cd-r casalinghi, vinili in tiratura limitata, split e 12”, poi gli exploit di Glamour Glitter Atrocity e Heads on Fire. Inevitabile coltivare una sana curiosità per vederli all’opera dal vivo. Ad aprire la serata ci pensano i The Snake Cult, che purtroppo ci perdiamo per il solito ritardo. Subito dopo i Black Rainbows, da un paio d’anni una garanzia per la scena stoner rock italiana. Un pugno di canzoni belle toste, dirette e visionarie, riff che ti arrivano tra capo e collo e il giusto groove per predisporti bene con l’ambiente circostante.È passata mezzanotte da molto, la birra scorre e i White Hills si presentano sul palco. Subito i difetti, in sostanza due: i suoni non sono il massimo e la durata del gig è ridotta (un’ora e poco più). Detto questo, il trio ci mette poco a carburare. Sono personaggi strani i White Hills, non sembrano quasi newyorkesi. Non hanno l’aria radical chic né tanto meno sono degli schizzati scappati di casa. Alla chitarra c’è un funambolo con un look anni 60/70 che evidenzia tutte le sue radici (chi ha detto Jimi Hendix?). Il batterista scelto per l’occasione – un treno in corsa su tempi che sembrano non mutare mai – suona mezzo concerto con il viso celato da un foulard, per poi scoprirsi e mostrare il suo volto glabro. Strambo. Al basso c’è una ragazza molto bella, quasi imprigionata in una tuta da circo e con un costante riffing basso e ipnotico. Insieme, questi tre ragazzi creano suoni e visioni da un altro mondo: quello che Pink Floyd, Hawkwind, Can e Amon Duul avevano teorizzato oltre trent’anni fa. Un cosmo che si plasma su note da un infinito universo. È in particolare la chitarra a catalizzare l’attenzione. Ci si sbatte la testa contro, ti piomba addosso come un tir: fuzz e wah-wah a volontà, come il Simon Price di casa The Heads ha insegnato alle nuove leve psichedeliche. Brani portati a lunghezze spasmodiche (tanto che il commento «stanno suonando sempre lo stesso pezzo!» è il più gettonato), una materia plasmata anche con il filtro del punk, perché quando i toni si alzano non ce n’è per nessuno. Su tutti, vincono una travolgente, cerebrale Oceans of Sound e l’intricato dedalo lisergico di Visions of Past, Present and Future. E a noi (una trentina di persone in tutto) questi oceani elettronici di suono bastano e avanzano. Grandi White Hills.

Alessandro Zoppo

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