YELLOWSTOCK FESTIVAL 2013
Bogaard, Geel (Belgio)

Puntuale come la canicola estiva, l’agosto delle Fiandre abbraccia il suo festival in un umorale caleidoscopio di sensazioni che vanno a saturare l’afa di questo periodo dell’anno. Yellowstock 2013 vede l’evento di Geel tornare a concentrarsi sul sabato come giornata principale, mentre il venerdì assume il ruolo di una lunga serata apripista in vista della consueta non-stop, la quale partendo dal primo pomeriggio perdura poi sino a tarda serata. Per farsi un’idea dello Yellowstock si deve immaginare una grande insalatiera di metallo che contiene fragranti vivande e frutti saporiti, spezie pungenti ed erbe aromatiche, minerali rifrangenti e terre colorate, il tutto attorniato da una composizione floreale. Si pesca sempre bene insomma, e il flusso emozionale è libero di scorrere nell’aria sino a disperdersi nell’atmosfera circostante, in una sorta di ciclo naturale.
La prima sera rompono gli indugi gli austriaci Stator, convincenti interpreti di un desert rock indurito quanto basta, in cui trova spazio una scarna rilettura psych che rende il loro show esente da fasi ripetitive. Di seguito i belgi Moonward, capaci di offrire un concerto solido, ricolmo di break al cardiopalma e lancinanti accelerazioni, dalle quali emergono intense folate di metallico fuzz. È la preparazione ideale per la salita al proscenio dei The Machine, autori di una prova eccelsa. Ormai maturati definitivamente, gli olandesi sciorinano due set di catartico stoner-psych, mostrando di conoscere brillantemente tutti i paradigmi del genere. Fluidi, magmatici e raffinati, mesmerizzano l’audience a dovere dipingendo variopinti affreschi sonori.
Trascorre dunque la notte carica di tribalismi psicotropi, invero piuttosto breve perché gli animali delle fattorie circostanti non danno tregua sin dai primissimi raggi dell’alba, e il popolo del Bogaard si prepara alla propria odissea. Aprono indoor i Barabbas, un altro combo belga dal sound che attinge a Fatso Jetson, Melvins e Mondo Generator. Compatti e solidi ma non necessariamente monolitici, quel che ci vuole per iniziare. Tocca poi agli eclettici Automatic Sam, una scheggia di energico rock’n’roll nel cui DNA si ritrovano frammenti di Clutch e Mammoth Volume. Brani coinvolgenti e dal retrogusto anticonvenzionale che sfociano talvolta in soluzioni noir e stranianti. E ancora Sem Linder: un chitarrista acustico a cui piace il folk e la psichedelia sussurrata, e le cui sinfonie intimiste parlano del silenzio che ci circonda. In realtà un po’ troppo vista l’occasione, però è vero che tale immota poesia ha il suo valore, quindi grazie anche a te Sem.
Si torna alle mazzate all’aperto coi greci Godsleep, fautori di un melmoso calderone sudista, il tutto condito da vocals aspre e roche e da afose aperture strumentali. Show genuino e roccioso che il pubblico ha mostrato di gradire, sbattendo violentemente le capigliature contro gli immaginari cactus e barilotti che fuoriuscivano dalla musica degli ellenici. Iniziamo a inoltrarci nei meandri lisergici coi danesi The Wands, una band che può godere del supporto degli amanti del suono neo-psych incrociato con pesanti garagismi sixties. Esoterismo cesellato ad arte nella nostra mente, che il gruppo si dimostra efficace nel disegnare. Sentiremo parlare a lungo di loro. Non c’è tempo per rilassarsi visto che è il turno di uno degli highlights di quest’anno, ossia lo spettacolo dei Blues Pills. I quattro ragazzi sfoderano una prova praticamente titanica, con la chitarra di Dorian e la voce di Elin sugli scudi. Difficile scordare la loro mistura di hard rock, heavy psych e puro blues. Cory Berry dopo i Radio Moscow ci ha consegnato un altro moloch consacrato al puro feeling elettrico. È tutto fantastico: thanks.
Passiamo la mano per i 3AM e torniamo sul prato per i leggendari The Bevis Frond, ancora in grande forma. Saloman e compagni riescono a sfondare le porte dell’inconscio con brani estesi e melodici, eppure intrisi di durezza space rock che scuotono il nostro fisico. Il loro live condensa tre decadi nelle quali alcuni episodi indie fanno forse calare la tensione, ma nel complesso il viaggio costruito dagli inglesi non si discute: classe e perseveranza. Altra band molto attesa è quella dei Mars Red Sky, francesi impegnati sul fronte dell’heavy psych atmosferico. Stordenti con intelligenza, imbastiscono un duro trip che porta alla luce gli aspetti onirici della cosmogonia umana.
Siamo ormai al clou: ecco i grandi Karma to Burn, gli idoli di tutti i freaks, i boscaioli irsuti, i desperados e i viandanti comuni. Ridotti a un duo per l’abbandono di Rich Mullins, i nostri danno tutto: i loro classici risuonano come bombe atomiche grazie al ruggito enorme e agonizzante di William Mecum, il chitarrista antieroe per eccellenza, seguito come un’ombra dal nuovo pestatore di pelli, Mr. Evin Devine. È pura intensità, l’apoteosi di quello che chiamiamo stoner: rock lercio, sferragliante, groovy e suonato dal demonio. Un massacro, e si scapoccia di gusto, nonostante lo stordimento delle ore precedenti.
È la solita notte che arriva baby, la notte che ti porta via in un posto che non conosci e dove non sai chi puoi incontrare. A noi stavolta toccano i Pharoah Overlord e francamente è un piacere. Suonate, suonate ancora, iterate quei vostri loop chitarristici, oh esploratori della psiche, portateci via lassù nei campi gravitazionali mentre osserviamo i nostri corpi da improbabili prospettive.
Noi saremo qui anche il prossimo anno.

Roberto Mattei