A VIOLET PINE – Turtles

Devono aver avuto una profonda fascinazione per Trent Reznor e certo crossover della seconda metà degli anni Ottanta gli A Violet Pine, trio proveniente da Trani, Puglia. Il loro secondo disco, “Turtles”, si presenta con una veste nero pece dove l’ambiente scelto per esercitare la propria scrittura creativa è tappezzato di icone dark wave (Christian Death, Death in June, Siouxie) e ha l’odore acre di certe bettole post metal (Tool, Type O Negative e, appunto, Nine Inch Nails) dove si allungano figure attoriali lente e tenebrose. La trama è la stessa di film densi come “The Antichrist”, “Requiem for a Dream” o “Rosemary’s Baby”: una sottile linea nera che mette paura.
No lights, no future. Beppe, Pasquale e Paolo hanno dato alle stampe un album solido, costruito intorno alle intuizioni chitarristiche ed inspessito dal magma di una sezione ritmica degno di Cure e Sisters of Mercy. Certo, gli inserimenti ambient/synth (vedi “Bright”, ma il concetto è più o meno esteso in tutti i pezzi) cercano di allargare lo spettro delle influenze e ci riescono, portando il risultato a casa anche in trasferta post rock. Ma il primo amore non si scorda mai e, pur con altre relazioni in corso, il cuore sa dove battere (“New Gloves” – a proposito: omaggio alla strana e fantastica creatura messa in piedi da Robert Smith e Steve Severin nel 1983?). Sta di fatto che alla fine del viaggio ci sembra di avere un amico in più. Un amico strano, sinistro, quasi antipatico ma che alla fine ci cattura sempre.

Eugenio Di Giacomantonio