ABDULLAH – Graveyard poetry

All’improvviso un lampo nel buio. Così potrebbe essere descritto il nuovo album degli Abdullah. La poetica sepolcrale che lo ispira lascerebbe immaginare un semplice depressivo per incalliti amanti del doom. Beh, con somma gioia posso dire che non si tratta solo di questo. Dopo l’esordio omonimo che già aveva lasciato un forte segno nel cuore degli appassionati di sonorità oscure, questo nuovo “Graveyard poetry” porta ai massimi livelli quanto già espresso in precedenza dalla band. Il quartetto dell’Ohio ha affinato le sue doti in fase di songwriting ampliando il proprio spettro compositivo, che ora spazia da sonorità in tipico doom style (ma sempre arricchite da sfumature progressive ed elaborate) a momenti di puro classic metal, conditi da iniezioni melodiche e vibrazioni settantiane.
Il vocalist Jeff Shirilla ha lasciato il posto dietro le pelli alla new entry Jim Simonian (ottimo il suo drumming, che con il basso di Ed Stephens crea una sezione ritmica di tutto rispetto) per concentrarsi esclusivamente sulle parti vocali e questa mossa si rivela davvero azzeccata: Jeff è ispiratissimo, affronta qualsiasi tonalità su livelli qualitativi elevati e centra il bersaglio anche quando vuole essere più profondo e delicato. Come al solito invece le chitarre di Alan Seibert si dimostrano variegate ed eterogenee, capaci di giganteggiare tramite riff plumbei ma anche di aprirsi a soluzioni dal groove più marcato.

Gli episodi tipicamente doom sono senza dubbio quelli maggiormente convincenti: lo dimostrano autentiche perle come l’iniziale “Black helicopters”, che introdotta da “Rune” esplode tutta la sua carica avvolgente e magmatica, o le successive “A dark but shining sun” (incentrata sulle intricate melodie vocali di Shirilla) e “The whimper of whipped dogs”, song cadenzata e suadente che sembra uscire da quel capolavoro di doom melodico che fu “Rise above” degli ormai sciolti Mourn. Altri momenti simili si riscontrano nella meravigliosa “Pantheistic” (brano dal refrain stupendo…), nella malinconica “Salamander”, vero e proprio manifesto di doom oscuro e al tempo stesso toccante, e nell’immensa “Secret teachings of lost ages”, monolito di marca Trouble ma sempre personale in quanto a capacità e destrezza strumentale.

Ciò che sorprende di questo lavoro è però la presenza di tre brani in pieno stile New Wave Of British Heavy Metal: parliamo di “Deprogramed”, bordata che si posiziona tra i Tygers Of Pan Tang e gli Holocaust, di quel capolavoro che prende il nome di “Strange benedictions”, sette minuti divisi tra Angel Witch e primi Def Leppard con uno stacco hard rock e un finale maideniano in crescendo da togliere il fiato, e di un’altra chicca come “Guided by the spirit”, che se non fosse per l’anno d’uscita potrebbe benissimo provenire da un disco dei Diamond Head…

Tanto per rimarcare la genialità della band, in scaletta trovano posto anche pezzi dal taglio molto più particolare come l’hard doom liquido e ricco di wah-wah hendrixiani di “Beyond the mountain”, l’heavy rock dinamico di “Medicine man”, il gothic doom struggente della lunga “Behold a pale horse” (le note di pianoforte iniziali sono un tocco di assoluta classe…) e il thrash progressivo ed arioso della conclusiva “They, the tyrants”.

Non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo disco, solo l’ascolto può proiettarvi nella dimensione creata dagli Abdullah. Non mi resta dunque che dare un solo consiglio: lasciatevi sedurre dalle oscurità e immergetevi in questa vera e propria poesia cimiteriale…

Alessandro Zoppo