ABRAMIS BRAMA – Nothing changes

Qualche anno fa (era il 2000 precisamente) venne fuori dalle fredde lande svedesi una band davvero particolare: cantavano in lingua madre, il loro sound era incandescente, un hard rock psichedelico sinuoso e variopinto, scritto ed interpretato in modo magistrale da quattro ragazzi che riprendevano in pieno l’attitudine libertaria degli anni ’70. Quella sorpresa chiamata Abramis Brama dopo tre anni di silenzio torna a farsi viva con un disco splendido come “Nothing changes”. Per chi già conosce il gruppo non ci saranno grandi sconvolgimenti, ma per chi non ha ancora avuto l’occasione di ascoltarli sarà un piacevole shock. Questo cd infatti altro non è se non una collezione di nove brani tratti dai due precedenti dischi del quartetto (“Dansa Tokjavelns Vals” e “Nar Tystnaden Lagt Sig”), riproposti in una nuova versione con lyrics in inglese completamente diverse (l’unica traduzione vera e propria è stata fatta per “Just like me”).
Perdersi tra le note epiche e lisergiche dell’iniziale “Abramis Brama” e della seguente “Know you’re lying” è un’esperienza unica, sarete catapultati nel bel mezzo delle foreste scandinave durante un rito pagano e non potrete far altro che assecondare i ritmi sconvolgenti che rapiranno la vostra anima… Chi crede di poter affiancare questa proposta ai canoni dello stoner sbaglia: c’è giusto qualche riflesso di fenomeni come Grand Magus, Big Elf e Terra Firma, per il resto è l’hard rock dei seventies la via percorsa dagli Abramis Brama, come testimoniano la meravigliosa “Just like me” e la straniante “Anticlockwise man”, la cui coda acustica vi farà accapponare la pelle.

La chitarra di Peo macina fuzz asfissianti e riff assassini, i suoi wah-wah si combinano a meraviglia con le trame agili della sezione ritmica (Dennis al basso e Jansson alla batteria) e con le vocals di Uffe, sempre incisivo ed ispirato, come dimostra “All is black”, heavy psych venato di blues rinfrescante come una birra ghiacciata. Altro colosso è la title track, episodio tirato e gravido di groove che non rinuncia ad ariose aperture progressive, mentre “Promises” con il suo fare diretto e senza tanti fronzoli si accosta allo stile stoner blues degli Half Man.

Chiudono il lavoro la scoppiettante “Never leaving my mind” (pensate ad un unico calderone in cui confluiscono chitarre sabbathiane, divagazioni psych e contrappunti acustici) e la travolgente “Parts of my mind”, estasi di wah-wah con un chorus che resterà negli annali dell’hard&heavy ed inserti di flauto degni del miglior Ian Anderson. Con Qoph, Svarte Pan, Terra Firma e Siena Root gli Abramis Brama si confermano tra le migliori cose uscite dalla Svezia negli ultimi anni. Cosa aspettate dunque, fate vostro questo disco e vi si apriranno le porte del paradiso…

Alessandro Zoppo