ACRIMONY – Tumuli shroomaroom

In quella gola, dall’ampiezza di circa cinquanta miglia quadrate, sarebbe vissuta, in mezzo alla più lussureggiante vegetazione, una piccola tribù […] che portava berretti verdi e adorava una divinità raffigurata da un pavone. Questo essere diabolico, nel corso degli innumerevoli secoli, avrebbe insegnato agli uomini la magia, e avrebbe rivelato loro dei misteri che un giorno avrebbero sconvolto l’intero globo terrestre.[…] Il tibetano non aveva mentito. Laggiù, in mezzo al più rigoglioso verdeggiare della foresta, si apriva una specie di cintura giallobruna di terra molle e disgregata. […] Tutto quello che gli stava dinanzi appariva in forme ondeggianti come attraverso uno strato d’acqua, […] la luce del sole gli sembrava di un verde spettrale e colorava i lontani ghiacciai.
[…] Nell’aria vi era un odore inebriante simile a quello dei fiori d’amberia; farfalle iridescenti, grandi come mani, stavano posate con le ali spiegate, quasi libri magici aperti su fiori immobili. (Gustave Meyrink, Der Violette Tod)

Only three Whalephants remain in the Universe. They swim in the enormous Sidher vats within the deepest of the Deepest Temples of Space.
They await the day when all knowers of the Stone are reunited and the will swim the Stella Tides to Earth and lead us all Home to Wode.
That blue star far away. (Acrimony, internal sleeve of Tumuli Shroomaroom)

Corre l’anno 1996 e i favolosi gallesi Acrimony – già noti per due dischi di culto del nascente movimento psych-stoner-doom britannico, come “Hymns To The Stone” e “The Acid Elephant” – incidono per l’etichetta italiana Godhead/Flying del talent-scout Karl Demata, quello che si vocifera essere nell’underground uno dei manifesti sonori più importanti del periodo.

Ricordiamo che si erano da poco sciolti i Kyuss, i Monster Magnet consegnavano alla storia la loro trilogia uscendone esausti, gli Sleep si immolavano al martirio pur di non compromettersi, e i Cathedral, dominatori col loro “Carnival Bizarre”, guidavano un sottobosco rigogliosissimo, finalmente rifiorito nell’aspra terra albionica (Orange Goblin, Anathema, Year Zero, Mourn, Electric Wizard!).

Varie vicissitudini fanno slittare la pubblicazione di un anno e mezzo (nonostante l’album venga nel frattempo “riscattato” dall’importante Peaceville, con Dave Chang ingegnere del suono, e produzione di Andy Sneap), e questa forzata latitanza risulta fatale per la band, che termina di lì a poco la sua attività (uscirà postumo un ultimo Ep con i Church Of Misery).

L’interruzione della carriera di questo gruppo è stato uno degli episodi più amari nella storia dell’heavy (almeno per chi ama la musica di altissimo livello), e pur senza farsi piegare da superflui rimpianti, un lieve tremore accompagna ancora le mani nell’infilare il cd, su cui sono effigiati lunghi e tubulari arabeschi, mentre in copertina l’alieno del pianeta Urabalaboom prosegue tuttora la sua opera meditativa in chissà quale antro del nostro pianeta…

Lo scorrere di “Tumuli Shroomaroom” ci proietta definitivamente in quello spazio analitico-cerebrale in grado di penetrare la materia rocciosa fin nei suoi più particellari elementi, facendo convivere le mistiche visioni degli originari Celti e degli stregoni siberiani in una futuribile era paleolitica, sino a raggiungere un’estatica orgia dei sensi scevra di ogni appiglio temporale.

Un’alchimia di straordinaria potenza, presente in composizioni mastodontiche ma dalla musicalità spiccatissima, e che consente agli organi uditivi di convogliare lo spettro sonoro in infinite geometrie.

“Hymns To The Stone” è realmente l’inno dello stoner-rock, con quei riff giganteschi e cosmici, intrisi di pura bellezza architettonica rupestre, e i musicisti suonano come accoliti posseduti dai Grandi Antichi, ed in particolare le vocals sono rapite dalla Sindrome di Stendhal, generatasi millenni prima all’invenzione della pittura. E’ tutto scritto perfettamente, dai giri metallici e sabbatici del basso, fino alla potenza multirifrangente delle sessions ossessive.

Ci muoviamo in una sterminata terra pianeggiante, ricca di bassa vegetazione, nell’eccezionale “Million Year Summer” (indescrivibile), e siamo in grado di farlo in sequenza su di un qualsiasi corpo celeste della galassia.

Miriadi di aromatiche fragranze vengono esalate dallo strumentale post-Zeppelin di “Turn The Page”, prima di lasciare il campo al lacerante feedback di “Vy”, prologo di un brano ad altissimo grado di elettricità space-doom, un ideale passaggio di consegne generazionale (non a caso dedicata ai “Lords Of Doom” Saint Vitus).

La nuova strada viene scoperta quando il riff – che più stoner rock di così non si può – di “Find The Path” squarcia un’imponente parete rocciosa, e ci credo che alla fine della canzone gli Acrimony implorino dosi massicce di Valium: devono essere esplose le pareti cerebrali, al cospetto di quello che hanno provato suonandola in questa maniera!

Comunque, immediatamente dopo possiamo affidarci alle naturali infiorescenze di “The Bud Song”, anche questa una song mitica, che riesce ad alzare una densissima cortina fumogena, le cui ritmiche serrate rischiano di scatenare un headbanging di portata sovrumana.

Che ci crediate o no siamo ancora a metà dell’album, nonostante l’apparente trascorrere di molte ore (o un giorno? O forse più?), e la seconda parte di “Tumuli” si compone di altri tre pazzeschi, fantasmagorici e lunghi brani (dai 10’ ai 13’), ma vi scongiuro di non stopparvi nell’ascolto, pena un traumatico coitus interruptus con tanto di testata contro l’architrave del dolmen.

Allacciate le cinture che si punta dritto verso la genesi dell’universo, invocata dalle primordiali e fantascientifiche note di “Motherslug (The Mother Of All Slugs)”, uno dei più grandi brani space-rock dai connotati ultra-heavy, insieme a “You Shouldn’t Do That” e “Dinosaur Vacuum”, con il non trascurabile particolare che gli Acrimony riescono a spostare gli immani edifici edificati da civiltà pre-umane, per adempiere al rituale su piatti terreni argillosi.

Sfumano gli effetti e la nostra mente è ora sovrapposta al core del big-bang con “Heavy Feather”, e ogni calcolo astronomico ci risulta semplice e inebriante come il gusto di un frutto di una pianta grassa.

Uno strumento antichissimo, usato a mo’ di interferometro da uno strafatto druido, ci rimette improvvisamente in riga sotto i colpi di “Firedance”, in un tripudio di fuochi che vanno spegnendosi al morire della notte, con i primi abbacinanti raggi luminosi irradiati da una sfera ultravioletta, visto che anche il Sole ha dovuto cambiare attributi, generando forme di vita appartenenti a classi sconosciute…

Si torna a casa.

Uno dei più grandi dischi heavy-psych di sempre.

Roberto Mattei

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