ADRIAN SHAW – String theory

Adrain Shaw, bassista della cult band inglese The Bevis Frond, firma il suo ritorno con questo String Theory che segue il precedente Look Out di un paio d’anni fa. Il nuovo lavoro si fa apprezzare fin da subito con l’opener “Mirrors” dove Adrain combina egregiamente atmosfere lievemente psych, chitarre alquanto aggressive e un delizioso aroma seventies. Non dimentichiamo infatti che il Nostro fa parte della storia del rock britannico, considerando che nella sua lunga carriera, oltre ai già nominati The Bevis Frond, ha fatto parte della formazioni di Arthur Brown, Tony Hill (High Tide) e degli Hawkwind, tanto per nominarne alcune. E quell’aura vintage si può assaporare lungo tutto il disco visto l’utilizzo che viene fatto di chitarre, synth e armonie vocali.
La seguente “Thirty Two” è infatti basata tutta sulla linea portante creata dal synth e da una semplice batteria, sui quali vanno ad adagiarsi le armonie vocali e le chitarre a tratti delicate, a tratti visionarie: sicuramente uno dei vertici del disco. Adrain sembra preferire per la maggior parte i ritmi meno esasperati dove riesce ad esprimersi al meglio con la propria voce lasciando quindi largo spazio a pezzi lenti ed onirici, come la bella “Lost For Words” o la particolare “Cotham Hill”, dove l’unico accompagnamento risulta essere un’orchestrazione d’archi. Un plauso a pezzi come “Stirrup Cup” o “Non-stop dancing”, misuratamente aggressivi e deliziosamente stranianti grazie alle voci filtrate e ai soli di gran classe garantiti dalle chitarre di John Perry e dello stesso Shaw.

Il disco si conclude con la lunga “Saving Grace”, diciotto minuti dove convergono sperimentalismi di studio, ritmi tribali e sitar, voci filtrate e spettacolari assoli forniti da una cerchia di amici di tutto rispetto: nell’ultimo pezzo l’artista si avvale infatti del contributo chitarristico di Nick Saloman, John Perry, Bari Watts e Aaron Shaw.

Un’ottima conferma per Adrian Shaw, forse un passo avanti rispetto a Look Out, con un album che sembra ripercorrere almeno trent’ani di musica underground con gran classe e gusto.

Bokal

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