ALABAMA THUNDERPUSSY – Staring at divine

Dalla splendida copertina del nuovo ‘Staring At Divine’ si direbbe che i cinque americani puro sangue si siano lasciati andare al puro misticismo ma non è così anzi, pochi album come questo in ambito heavy stoner sono con i piedi ben saldi a terra, pure troppo se devo essere sincero. Gli Alabama Thunderpussy scelgono la estrema Relapse per il quarto capitolo della loro discografia, un lavoro difficile da assimilare immediatamente e duro da digerire tutto d’un fiato.
Il muro sonoro costruito è ricco di cambi di tempo e di riff blues-based smorzati da qualche episodio country (Amounts That Count) che introduce dei cambiamenti su un disco altrimenti troppo statico.

I confini dell’heavy rock vengono setacciati in un lungo e largo creando degli assalti da biker forsennati come la iperdistorta Motor-ready, cadenzando pesantemente il blues in Whore Adore e facendo la voce grossa su uno sludge alla Eyehategod (Shapeshifter); altrove invece affiorano influenze kyussiane (Beck And Call, riff killer per uno dei brani più belli ) mentre è con la crepuscolare Twilight Arrival che i nostri rallentano il passo ma non la tensione, crescente e nervosa fino all’assolo di coda molto gilmouriano.

Forse la track list si poteva fermare qua ed evitare qualche brano non proprio riuscito come Esteem Fiend che inizia bene per poi perdersi in rallentamenti e reprise che ne tagliano l’effetto dinamico, ma non si può avere tutto. ‘Staring At Divine’ è tutto sommato un buon disco che non passerà alla storia nè sarà in cima alla personale playlist di fine anno ma fotografa una band che cerca nuove strade, non sempre imboccate in modo lucido, nel solco di una coerenza da apprezzare.

Francesco Imperato

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