ALEXANDER TUCKER – Dorwytch

Alcuni l’hanno definito doom chamber-pop. Altri minimalist folk. Resta soltanto una certezza: Alexander Tucker è uno dei geni della contemporary music. Lo conferma il nuovo album “Dorwytch”, il primo edito da Thrill Jockey. Abbandonati il finger-picking estremo e la vena sperimentale degli esordi, da “Old Fog” (2005) a “Furrowed Bow” (2006) fino ai progetti Jackie O Motherfucker e Ginnungagap, Tucker ha costruito tassello dopo tassello un favoloso universo sonoro. Che ha trovato in “Portal” (2008) il suo capolavoro. Maggiore inclinazione alla melodia, apertura al folk pastorale, ampie dosi di psichedelia liquida e oscura. La vena drone è passata al side project Imbogodom, nel quale esplorare in compagnia di Daniel Beban gli orizzonti della dissezione sonora operata a suo tempo da artisti come Terry Riley e Steve Reich (obbligatorio l’ascolto di “The Metallic Year”, 2010, sempre su Thrill Jockey).
In “Dorwytch” i tempi si dilatano. Alexander Tucker riparte dal bellissimo ep “Grey Onion” e come con la Decomposed Orchestra ci consegna 14 canzoni che sembrano suonate da un ricco ensemble. Vocals sognanti, chitarre delicate e sinuose, uso di effetti elettronici e qualche accenno ritmico sono la pasta che fa da collante alle composizioni, mai così ammalianti. Un tempo di scrittura durato tre anni e che vede collaborare Paul May alle percussioni, l’amico Duke Garwood, il cantautore Jess Bryant ed il polistrumentista e produttore Daniel O’Sullivan (Guapo, Æthenor, Miracles, Ulver).
Si può suddividere “Dorwytch” in quattro grandi tronconi. I primi tre brani riprendono lì dove aveva lasciato la Decomposed Orchestra e sono un inizio prodigioso. Tre piccoli capolavori, dominati dalle splendide armonie di “Matter”. Riflessioni metafisiche, trascendenza (in)organica, ritorno ad una quotidianità a tratti dolorosa. “Hose” e “Gods Creature” sono folk puro, che fa pensare ad uno strano miscuglio tra Curved Air e David Crosby, ribaltato dalla psych sintetica di “Half Vast”. “Pearl Relics” (per inciso, una delle canzoni più commoventi degli ultimi anni) riapre il sipario sull’acid folk da cipolla grigia e ci prepara al magnetico, dolente blues di “Atomized” e “Skeletor Blues”. Altra pausa strumentale (“Dark Rift / Black Road”) e ci si avvia verso il gran finale, nel quale dominano l’epica da glockenspiel di “Sill” e il trip rurale di “Jamie”. Il miagolio di un gatto ed il piano di “Craters” pongono “Dorwytch” nell’alveo di quel dischi da ascoltare senza alcun pregiudizio. Soltanto con la mente aperta e disposta ad assorbire la sostenza organica dei sogni.
Organic matter growing instead of lives…

Alessandro Zoppo