Alexander Tucker – Guild of the Asbestos Weaver

Alexander Tucker è un artista in evoluzione continua. Dai tempi di Portal, il suo album di riferimento nonché uno dei migliori dischi in assoluto usciti negli anni Duemila, ha attraversato fasi differenti e sfaccettate. Tucker è musicista inafferrabile, instancabile disegnatore e illustratore, collaboratore di progetti come Grumbling Fur (con Daniel O’Sullivan) e Imbogodom (con Daniel Beban).

Insomma, un artista a tutto tondo. Guild of the Asbestos Weaver è il suo ottavo studio album e arriva subito dopo Don’t Look Away, uscito nel 2018.

“Con questo disco – racconta Alexander – ho voluto unire le diverse influenze chiave che hanno caratterizzato il mio lavoro, dalla fantascienza, i fumetti cosmic horror, il cinema e la letteratura alla composizione di musica minimalista, drone e da sogno. Il mio obiettivo è quello di intrecciare questi elementi in cicli ripetitivi che guidano l’ascoltatore in mondi al tempo stesso sconosciuti e familiari”.

Un primo piano di Alexander Tucker

L’obiettivo è perfettamente riuscito: Guild of the Asbestos Weaver (il titolo cita Fahrenheit 451 di Ray Bradbury) è un lavoro in perfetto equilibrio tra il chamber-folk psichedelico di Portal e Dorwytch e l’elettronica kraut pop di Don’t Look Away e Furfour. Tucker dichiara di ispirarsi al concetto di “Dreamweapon”, ovvero l’idea che i sogni e le forme alternative di percezione della realtà possano essere utilizzati come una sorta di lotta personale per combattere lo status quo iniquo e perverso della società, del pensiero unico e dell’ordine repressivo umano.

Il concetto di “Dreamweapon” è stato preso in prestito dalla “Dream Music” di La Monte Young e soprattutto dal lavoro visionario di Angus MacLise, il batterista dei Velvet Undeground (prima di Moe Tucker) nonché poeta, visual artist (con e per Jack Smith e Ira Cohen) e sciamano che ha viaggiato tra Vancouver, Parigi, la Grecia, l’India e il Nepal.

MacLise aveva studiato la batteria jazz e la “dance music” dell’Europa del Medioevo, ma amava le percussioni “free form”, le improvvisazioni ipnotiche (un suo celebre happening rituale si chiamava proprio Launching of the Dreamweapon e venne usato come score da Barbara Rubin e Kenneth Anger per i loro film) e i sintetizzatori. Non è forse un caso se uno dei live album più significati degli Spacemen 3, maestri della psichedelia oppiacea, sia Dreamweapon: An Evening of Contemporary Sitar Music, registrato al Watermans Arts Centre di Brentford nel 1988.

Tutto scorre, tutto torna. Passato e presente, antichità e futuro. Come nella musica di Alexander, che ammalia con le sue magie vocali nell’iniziale Energy Alphas e subito dopo sfida le leggi spaziotemporali nei 9 minuti di Artificial Origin. L’alternanza tra i toni cupi, con cello e synth che si intrecciano tra acustico ed elettronico in Montag, e la solarità di Precog, che apre il suo tappeto industrial ad avvolgenti stratificazioni melodiche, è la cifra stilistica di Guild of the Asbestos Weaver. Una reazione al grigiore claustrofobico della cultura dominante, al “villaggio globale” che Dick ha teorizzato in Minority Report tra realtà aumentata, droni e big data.

Bisogna arrivare al finale di Cryonic, a quella rilassatezza bucolica costruita però su beat, orchestrazioni ossessivamente minimaliste e vocals sublimi, per trovare la serenità che conduca oltre il più gretto materialismo.

“Ho seguito una curva – disse MacLise poco prima di morire, il 21 giugno 1979, a Katmandu – attraverso le poesie, la calligrafia, la musica e i viaggi, girando con il maggior numero possibile di esseri umani”. Una vita dedicata all’Arte, come quella di Alexander Tucker.

Alessandro Zoppo