ALEXANDER TUCKER – Portal

Bruciano le polveri del folk. Se i classici si trastullano agitandosi tra il proprio passato e un presente ormai negato, è la nuova generazione cresciuta tra psichedelia e hardcore a prenderne il testimone. Senza indugiare tanto sulla quotidianità, esplorando piuttosto sentieri interiori, ricordi d’infanzia (vissuta?), disillusione, una Natura misteriosa e possente.È il caso di Alexander Tucker, folk singer del Kent (paradossale?) che ha realizzato con “Portal” uno dei dischi cardine del 2008. Un vero capolavoro. Un album denso di suggestioni che vanno da Occidente a Oriente, evitando con accuratezza manierismi e bolsi mantra domestici. La sua è una forma canzone lunare, polverosa, che distrugge i canovacci della ballata intimista con un’incisività eccentrica. Melodie tese e struggenti bilanciano il costante finger picking e i drones della chitarra elettrica, supportati da esili percussioni e effetti sottili e stordenti. Dopo l’esordio omonimo del 2003, “Old Fog” (2005) e “Furrowed Brow” (2006), questo lavoro suggella un percorso che parte da lontano, dagli esordi punk con i Suction, passando per il post rock degli Unhome e le collaborazioni con Jackie-O Motherfucker e Stephen O’Malley (sunn O))), Khanate). Un andamento irregolare come la sua chitarra, in linea con gli avamposti folk freak dei vari Earth, Tom Carter e Rick Tomlinson. I brani di “Portal” scorrono suggestivi e anarchici, emoziona(n)ti e disturbanti. La bellezza suadente di “Poltergeists Grazing”, “Veins to the Sky”, “Husks” e “Another World” marchia in modo indelebile; “Omnibaron” infonde d’elettricità l’atmosfera, resa satura dal minimalismo lisergico di “Energy for Dead Plants”. “Bell Jars” ritorna all’afflato gaelico di certi Led Zeppelin, “Here” chiude il cerchio con una sacralità che sa di rituale.
Memore di Johnny Cash e Tim Buckley più che debitore delle nuove tendenze stile Devendra Banhart, Tucker si posiziona su una scura linea di confine. Tracciata a suo tempo da Incredible String Band, David Crosby, Terry Riley e John Martyn, battuta poi da Black Heart Procession, Six Organs of Admittance e Bardo Pond. Insomma, epitome e ribaltamento critico della folk music made in Usa.

Alessandro Zoppo

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