ALL NIGHT – All Night

Agli occhi di molti oggi gli anni Settanta sembrano solo uno sbiadito ricordo, un periodo in cui per la musica è stato fatto molto, il massimo direi, ma così ancorato a certe logiche da relegarlo in uno scaffale del passato. Se c’è chi la pensa così, è comunque sempre presente in una ristretta cerchia di aficionados il desiderio di tornare a fare quella musica, con le stesse passione, spontaneità, sincerità di allora e con un tocco tipicamente odierno per insaporire un piatto già ricco.
Il movimento stoner rock porta avanti proprio questo tipo di discorso e in questo filone possiamo inserire gli americani All Night, anche se con una leggera ma fondamentale differenza: la band del North Carolina, al suo esordio, mette da parte ogni velleità “kyussiana” e “sabbathiana” tanto in voga oggi a favore di un netto ritorno ai seventies, cesellato da continui riferimenti a gruppi storici (altro che dinosauri…) come Rolling Stones, Humble Pie, Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers Band. L’inizio di “Nightdogs” non poteva essere più eloquente: atmosfere da fumoso bar del sud degli States, ricco di loschi figuri e bicchieri pieni di Jack che volano, si incrociano con l’aria eccitante che si respira ad un raduno di bikers, dove il boogie rock regna sovrano e ognuno fa quello che vuole…le chitarre di Art Jackson e Sanders Trippe, che si alternano anche nell’esecuzione delle vocals, sono autentiche bocche di fuoco, urlano impazzite come in preda ad autolesionistiche crisi isteriche, rockano e rollano fregandosene di tutto ciò che c’è intorno, unendo un appeal decisamente vintage ad umori tipicamente moderni e dunque più granitici e incisivi, di quelli ereditati alla perfezione da bands come Nashville Pussy e Alabama Thunder Pussy.

La successiva “Lonely” non mancherà di far scuotere il capo a chiunque diventi preda della sua travolgente energia, ricca di melodia soul tanto cara a gente del calibro dei Black Crowes (a dire il vero riferimento costante nell’intero album), mentre “Feelin’ good” prende inizio con un sound tipicamente southern, fatto di riff grassi e saturi come il sole texano, per poi spostarsi su classici binari hard rock che nel refrain ricordano pesantemente i Bachman Turner Overdrive…sembra davvero di essere tornati nei ’70! Chitarre mastodontiche e veloci aprono “Crazy”, episodio “sleazy” e roccioso quanto basta, dal groove pazzesco (è proprio il caso di dirlo…) dove i ruggiti delle due asce sono accompagnati alla perfezione dalla sezione ritmica composta da Nikos Chremos al basso e Joel Darden alla batteria, i quali si fanno notare per la loro verve e il loro dinamismo anche in “What you say”, momento heavy blues diviso tra Nazareth e Badlands, impreziosito da parti vocali sovrapposte tanto ruvide quanto coinvolgenti. L’afa sprigionata dai micorsolchi di questo dischetto comincia a farsi asfissiante, ed è allora che “The grape” pensa a tirare la classica mazzata finale: un incipit soffuso, caratterizzato da vocals parlate a tratti inquietanti, assorbe sempre più linfa vitale da espellere sul povero ascoltatore, che ad un tratto, improvvisamente, si ritrova sommerso da milioni di watt soffocanti, portati in gloria da twin guitars davvero esaltanti. Neanche il tempo di rifiatare e subito “C’mon baby” torna a macinare sangue e sudore in un mix di Blackfoot, Crazy Horse e Ted Nugent, una miscela poco consigliata ai deboli di cuore tanta è la foga che ne viene fuori…

Echi degli ultimi Led Zeppelin prendono possesso di “Back to life”, altra gemma in quanto a genuinità retro’: su un tappeto di chitarre indiavolate e ritmiche serrate (il lavoro di Joel dietro le pelli è grandioso…) la voce di Art si staglia maestosa, ricca di pathos, feeling, quella componente fondamentale che la musica di oggi sembra completamente aver dimenticato. “Back door” riporta in carreggiata sonorità boogie, con tanto di stacchi frenetici e assoli avvolgenti, stessa soluzione ripresa in “Walking on”, brano che però vira verso lidi southern blues, terre desolate dove il fantasma di Jimi Hendrix si confonde tra le nebbie dei Gov’t Mule e l’armonica che accompagna le calde partiture di chitarra e voce fa tornare alla mente i fasti di Mick Jagger e compagni. A chiudere questo indiavolato tuffo nel passato ci pensa invece la più rilassata “Say you’re scared”, ballad elettrica carica di sonorità dense, ottima per terminare in compagnia della vostra ragazza una lunga serata ricca di eccessi…immagino che vedere gli All Night dal vivo sia veramente qualcosa di eccezionale, su disco mai mi era capitato ultimamente di sentire tanta devozione per i mostri sacri del passato e quel tipo di musica che tante emozioni ha saputo e sa tuttora donarci. Gli All Night sono un vero inno al rock, quello più puro e incontaminato, il rock che mai è morto e mai morirà…lasciarveli sfuggire sarebbe un delitto!

Alessandro Zoppo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *