ALLHELLUJA – Inferno Museum

Le prospettive aperte dagli Allhelluja sono davvero vaste. A partire dal simpatico nome scelto, dalla copertina del loro debutto “Inferno Museum” e dai nomi coinvolti nel progetto. Dietro questa formazione si cela infatti una proficua collaborazione italo danese, che vede coinvolti il singer Jacob Bredahl (voce degli Hatesphere) con Rob, Stefano e Max. Ciò che ne è scaturito è questo dischetto di 10 tracce edito dalla milanese Scarlet Records, sempre più attiva in campo metal e non.Le lyrics ispirate al libro di Derek Raymond “Dead man upright” lasciano presagire su quali sentieri si muove il lavoro. Niente estremismi eccessivi, solo tanto rock: potente, dinamico e buzzurro al punto giusto. Riff grassi e saturi, urla da fine del mondo e una base ritmica che picchia giù duro per sostenere melodie unte e cotte a puntino. Tutto fila liscio insomma, o almeno così sembra. Già, perché agli Allhelluja manca ancora quel guizzo, quella stoccata da fuoriclasse che lancia una band tanto affiatata nel panorama musicale odierno. Anche perché la bravura c’è (e si sente…), ci si deve solo sforzare un po’ di più per emergere, per proporre qualcosa di davvero personale.
Pezzi tirati e aggressivi come “A perfect man” o “Who’s gonna kill my lady?” colpiscono ma senza affondare. Ci troviamo al cospetto di un ibrido dove confluiscono death rock, hard & heavy primitivo, stoner e speed punk motorheadiano. Come se gli Entombed incrociassero i Kyuss lungo le peccaminose e lussureggianti vie di Eindoven… Ma di realmente sexy e attrattivo è rimasto ben poco oltre la pura forma. Va molto meglio invece quando l’andatura rallenta (“Your saviour is here”). O quando spuntano fuori insospettabili venature heavy psych e a trainare i brani ci pensano vocals incazzate e intrecci di chitarra fumosi quanto basta (la bellissima “Miss M”, la convincente title track, il cui riff ricorda un po’ troppo una certa “Gardenia”…). Mentre altri episodi come “God is loughing” e “Devil’s kiss” fanno il verso (con gusto e bravura compositiva) allo stoner di scuola scandinava e olandese.
Insomma, “Inferno Museum” è un buon lavoro ma nulla di così eccezionale. Un disco senza dubbio penalizzato dalle pretese spasmodiche che la stampa nostrana ha riservato a questo progetto. Al secondo disco siamo convinti gli Allhelluja faranno di meglio. Magari senza avere pressioni così eccessive sulle spalle…

Alessandro Zoppo

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