ANUSEYE – Essay On a Drunken Cloud

Ubi maior minor cessat. Quando escono dischi come “Essay On a Drunken Cloud” il mondo, almeno il mio mondo, magicamente si ferma per ammirare tanta bellezza. Non è una questione puramente musicale. È un’appartenenza, un segno del destino, una visone. Tre quarti d’ora che riconsegnano la gioia di vivere nell’accezione più pura e disincantata possibile. Con un nome che lega basso e alto, sacro e profano, occhio e culo, gli Anuseye consegnano, via Vincebus Eruptum, un album sornione e amabile. Un giro di giostra sul guitar rock (strumento consegnato nelle mani di mr. Claudio Colaianni, santo subito!) di quattro decenni: non solo quindi Seventies o Sixteen, ma anche e soprattutto primi Novanta, sotto il sole latteo di Seattle. Come il bel riff di “Thirst for a Fix” (vecchia conoscenza per i più attenti) che rivuole i Soundgarden di “Badmotorfinger” qui e adesso.
La band è ormai un power trio definitivo di puro flowered rock che ha affinato i propri mezzi espressivi nella direzione della sintesi. Micidiale in questo senso sono “JR” e “Demon Pulse” che in tre minuti tre ti sbattono in faccia cavalcate da aspiratori di bong professionisti, mescolando dune Fatso Jetson a panorami del Tavoliere delle Puglie. Eccellente. E l’effetto dell’inalazioni si fa sentire nelle vene attraverso gli umori dolci di “Earthquake” e “Sue Ellen” (viene il dubbio che i nostri si siano sparati l’intera serie di Dallas tra una pausa e l’altra in sala di registrazione), ballate sfatte dove il tempo rallenta e il sorriso in faccia diventa smaliziato. C’è anche lo spazio per lo scanzonato divertissment di “Push Magic Button”, strumentale e selvaggia, per fare l’omaggio al germoglio di tutta la musica rock, il blues, nel finale di “Wrong Blues” e per ricordare chi eravamo con “S.S. Abyss”, che tra le composizioni è quella che richiama maggiormente lo stile dei That’s All Folks!
C’è chi è in cerca della scena heavy psych italiana a tutti i costi. C’è chi smarca le etichette ed abbraccia genuinamente il proprio strumento per scrivere grandi album. Esistono grandi band che amiamo e che fanno dono all’umanità del proprio talento. Gli Anuseye sono qui per questo.

Eugenio Di Giacomantonio

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