APE SKULL – Ape Skull

Chi ricorda i Josiah? Oscuro power trio inglese, purtroppo sciolto a causa del ripiegamento del suo leader Matt verso il progetto (altrettanto interessante) Cherry Choke. Bene, i nostri macinavano un high energy acid rock che mescolava la furia dei Grand Funk Railroad (voce chiara e basso tankard) con una scrittura di facile presa, densa di ritmi funk, hard & soul, à la Funkadelic in botta di THC, per indenderci. Ora i nostrani Ape Skull hanno preso gli stessi ingredienti ed hanno sfornato il primo full-length omonimo che sfamerà tutti coloro desiderosi di una forma genuina di stoner psych.Giuliano Padroni (batteria e vode), Fulvio Cartacci (chitarra e backing vocals) e Pierpaolo Pastorelli (basso e backing vocals) hanno ascoltato una varietà infinita di gruppi americani ed europei per formulare una sintesi così precisa del loro power sound, che valica la nostalgia dei favolosi Anni 60 e 70 per presentarsi oggi come cosa “nuova”. L’importante non è dimostrare abilità e tecnica; l’importante e divertire e divertirsi con il rock’n’roll, facendo prori gli impulsi che animavano quelle grandi band. E il tributo verso i padri lo pagano proprio al giro di boa dell’album, rifacendo in forma ancora più sciolta “I’ve Got No Time” degli Orange Peel, vera mimesi in chiave tedesca dei travolgenti Leaf Hound.
Così il disco scorre tra grandi canzoni che viaggiano veloci su generi e influenze. “Time and Wind” si riscalda al sole del Sud Americano in compagnia di Lynyrd Skynyrd e Black Crowes; “Make Me Free” e “Bluesy” rispolverano le fantastiche jam dei Cream quando in concerto si poteva andare oltre, oltre, oltre… e l’uno/due iniziale potrebbe benissimo stare in un album pubblicato a cavallo del triennio 1969/1971 senza sentire alcuna differenza. Ma non tutto è propriamente retro: in “Now I Get You” emerge un cortocircuito robotico nel riff che riavvicina gli Ape Skull ai “moderni” Queens of the Stone Age. Tutto amalgamato dalla bella sensibilità di Fulvio che con i sui solos riesce a svincolarsi dal già sentito, impreziosendo le songs ogni volta con una sfumatura diversa.
Chi ha bisogno della modernità nel rock se escono album di questo calibro? Mettendo vicino i dischi da Top Ten e gemme underground come queste, non abbiamo nessun dubbio sulla scelta: long live to high energy rock’n’roll!

Eugenio Di Giacomantonio

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