ARBOURETUM – Coming Out of the Fog

Il bello di un gruppo come gli Arbouretum è la loro costante evoluzione. Un continuo sviluppo nel songwriting, una crescita esponenziale. Non sono il classico gruppo che spara le migliori cartucce nel primo album per poi vivere di rendita. Sono dei ricercatori in continuo raffinamento della bellezza. E cosi può accadere che al quinto album ufficiale, “Coming Out of the Fog”, Dave Heumann scriva alcune tra le migliori pagine di psichedelia moderna. Uno stile che si va ad intrecciare con le radici del folk e si sporca con i suoni robusti dell’hard e dell’heavy. Un miracolo, a pensarci bene. Le cose che avevamo ascoltato nel bellissimo “The Gathering” ora sono germogliate in maniera definitiva e brillano di luce propria. Il percorso sembra proseguire da dove si era interrotto, anche se l’uscita dalla nebbia rappesenta per i nostri un passaggio intimo e delicato. Per molti versi definitivo.L’apertura è consegnata all’elegia di “The Long Night” che viene svuotata dalla pura malinconia tesa all’autocompiacimento e vira verso il canto della bellezza tout court. Un’idea di appartenza al mondo così com’è, un lasciarsi andare all’osservazione naturalistica: un divenire puro pensiero per scartare la rovina della materia. Stessa gioia contemplativa che ritioviamo in “Oceans Don’t Sing” lunga carezza dal ritmo lento e dai respiri profondi, dove un pianoforte ed una lap steel rifondano il concetto stesso di southern culture dal calore famigliare. Di contrappasso sta la ruvidezza di “The Promise” e “Renuncer”, veri e propri monoliti stoner rock con un gusto melodico sopra la media. È questa la dualità che percorre tutto l’album ma non lo spacca in due: da un lato canzoni autoriali che guardano al Neil Young dei Settanta ed hanno una sensibilità nord-europea; dall’altro tracce guitar oriented dalla distorisione protagonista, che non rinunciano ad un’aurea meditativa. A pensarci bene nessun gruppo è riuscito a far convivere queste due anime, anche se gli Arbouretum applicano un processo di sintesi assolutamente nuovo anche per loro stessi e i brani sembrano sparire da un momento all’altro. “All at Once, the Turning Weather”, “World Split Open” e “Easter Island” appartengono a questa categoria. Nel momento in cui il concept della canzone potrebbe colorarsi di jam spaziali, viene interrotto quasi con uno strozzamento, a ribadire che il monolite non ha bisogno di ripetersi se si è già consolidato.
Dopo il trittico, la chiusura spetta alla title track, altra novità nell’espressione artistica del gruppo: una serena, dolce e rassicurante ballad southern country dove le chitarre tacciono e le trame vengono tessute dall’intreccio di piano e lap steel. Bob Seger, Allman Brothers e Pink Floyd dei Seventies mescolati in un unicum eccezionale. Sarà difficile ripertersi dopo una prova talmente bella ed emozionante, ma gli Arbouretum, ne siamo certi, stanno già osservando altri limpidi orizzonti, una volta usciti dalla nebbia.

Eugenio Di Giacomantonio