ARBOURETUM – Song of the Rose

Da qualche anno l’animo di Dave Heumann, cantante e chitarrista degli Arbouretum da Baltimore, si è pacificato. Ne abbiamo avuto sentore già dal precedente album della band del Maryland, “Coming Out of the Fog”, e ancora di più nel lavoro solista di Dave, “Here in the Deep”, dove l’elemento pastorale e bucolico del songwriter ha preso il sopravvento sulla montagna di watt che il nostro riusciva a sprigionare con la sua chitarra. A ben vedere sin dalla cover di “Highway Man” di Jimmy Webb, contenuta nel loro miglior disco, “The Gathering” (uno dei cinquanta migliori del 2011 secondo Mojo e Uncut), il gruppo ha dimostrato sempre un certo appeal nei confronti della melodia. Ora, con l’ultimo “Song of the Rose”, la bella scrittura ha preso il controllo totale dell’operazione. I ritmi sono lenti, come in una calda ed afosa giornata messicana, dove il sole rende mobile il punto dell’orizzonte e non si riesce a muovere un passo. Ovviamente, anche in questa stasi pachidermica, quando il nostro si esibisce in solos acidi, non ce n’è per nessuno: come nel caso della title track, nella quale prende il sopravvento nel finale con una cascata di note appuntite.
L’eco psych/jam/lisergica non è del tutto spenta. L’iniziale “Call Upon the Fire” ha un bel tiro e sembra indicare dove sono le radici e gli amori non dimenticati; ancora, “Mind Awake, Body Asleep” è rude e distorta a dovere, ma purtroppo è solo un siparietto messo a contorno. E qualcosa si sente negli elementi sospesi dentro ogni pezzo (synth, riverberi e space effects sono sparsi un po’ ovunque anche se dosati con parsimonia). Si cerca e si trova una classicità tipicamente americana e fuori dal tempo: “Dirt Trails”, “Comanche Moon” e “Woke Up on the Move” sono a tutti gli effetti delle piccole gemme di classicismo roots che portano i nostri in prossimità degli… Eagles! Strano ma vero. Da non dimenticare che la band di Don Henley per trarre ispirazione per il terzo album si rifugiò nel deserto a masticare peyote: un elemento che accorcia sensibilmente le distanze con gli Arbouretum. Alla fine dell’ascolto tanta precisa bellezza non fa altro che coinvolgerci e migliorare il nostro umore. Libero da ogni cliché, persino quelli creati da lui stesso, Dave Heumann si espande in ogni direzione con la sua band. E noi con loro.

Eugenio Di Giacomantonio