Atomic Mold – Hybrid Slow Flood

Un riff sulfureo; una batteria che entra imponente; una cantilena soffusa e indolente: così si presenta Hybrid Slow Flood, il secondo full-length dei veronesi Atomic Mold, band dedita a riti occulti e malefici. Più che ai consanguinei Electric Wizard, con cui condividono il bere sangue da calici infetti da putrefazioni sabbathiane, possono essere ricondotti ai Sons of Otis e agli Acid King, soprattutto per quella visione space infinita della particella elementare doom.

Dopo lo split con i Mount Hush, Hybrid Slow Flood è un disco di conferme. Colpiscono a fondo due pezzi lunghi e deliranti: I Fall, ovvero se hai indovinato un riff giusto perché cambiarlo? (Stephen O’Malley docet), e Wood Line, monolite 100% Goatsnake, e questo è un bene. Il primo è l’eterno essere se stessi, senza cambiare mai, anche se nel fondo si sentono infiltrazioni millesimali di accenti e particolarizzazioni. Il secondo parte dalle Wetlands della Louisiana per approdare ad una sospensione dello spazio/tempo magistrale.

In mezzo, a contrasto, l’opener Hypnosis e la simpatica Yellow Crocodile (quasi quasi hanno sciolto anfetamina nel calice?) da sembrare quasi fuori luogo con i, rispettivamente, cinque e i tre minuti e quaranta. E pensare che i Ramones con venti minuti ci facevano un album intero di dieci pezzi…

Eugenio Di Giacomantonio