AUSTRALASIA – Vertebra

Gli Australasia sono un progetto enorme. Del grande album dei Pelican è rimasta solo una traccia, una confessione di appartenenza e nulla più. Il Sig. Gian Spalluto, l’unico personaggio che si cela dietro il moniker, ha fatto le cose in grande. Per capirlo basta procedere a ritroso, dall’ultima traccia, “Cinema”, posta a chiusura di un album che riempie lo spazio tra barbarie proto black (soprattutto nel modo di suonare la batteria, quando compare) e illusioni ambientali. Cinema, si diceva. E sono proprio una dichiarazione d’amore al nitrato d’argento questi arpeggi delicati e rassicuranti, una specie di Nouvelle Vague soundtrack che potrebbe affiatarsi bene con registi del calibro di Paolo Sorrentino. Il disco procede in avanti dal punto in cui il precedente “Sin4tr4” aveva fatto disperdere le tracce. Di quel mini album ripropone due pezzi, “Antenna” ed “Apnea”, e si capisce come l’idea di una miscela strumentale che metta in risalto le espressioni più personali dell’autore sia in nuce sin dai primi respiri degli Australasia. La grande novità è rappresentata da un’incantevole vocalist che appare di tanto in tanto a smorzare l’enorme massa di suono, a ricordo di come tutto quello che stiamo percependo sia di umana natura. Una voce che apre ad un universo non tanto distante da quello di Björk: sperimentale ed evocativo. Come sperimentale appare l’uso di synth (“Vostock” e “Aura”) che fa venire in mente cinematografie horror/b-movie prossime alle ispirazioni di Matt Hill (altrimenti conosciuto come Umberto). Ma qui si avverte qualcosa in più. Un’influenza Morriconiana indiscutibile. Soprattutto nella ricerca del tocco. Nello stile. Come al maestro anche al Sig. Spalluto importa mescolare i registri stilistici di diversa natura. E se un’incursione distorta e pesante à la Red Sparowes deve essere al fianco di un mood etereo non importa. La bellezza nasce soprattutto dai contrasti.

Eugenio Di Giacomantonio

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