BEATEN BACK TO PURE – The last refuge of the sons of bitches

Questo disco è una bomba! La Retribute Records assesta un gran colpo in ambito extreme stoner e ci propone il secondo disco (dopo l’esordio “Southern apocalypse”) dei Beaten Back To Pure, una band che fa della genialità la propria forma d’arte…
Prendete dei riff thrash di stampo Pantera, mischiateli con bordate di lercio e putrido southern stoner alla Alabama Thunder Pussy, Halfway To Gone o Throttlerod, uniteli a soffocanti trame death rock in stile Entombed, rigurgiti doomy e slabbrate infiltrazioni sludge derivate direttamente dagli Eyehatedog ed il risultato sarà un concentrato di potenza definito dalla band stessa “dirt metal”.

Le vocals di Ben Hogg sono qualcosa di assurdo, un’alternarsi di growls e clean vocals da brivido, come evidente nell’iniziale “The last refuge of the sons of bitches”, un assalto di stoner metal sudista con uno stacco acustico al cardiopalma che riprende vigore solo nel finale per sfumare in “Wheels coming off”, cascata di riff dal groove gigantesco caratterizzata da incredibili partiture di batteria, roba da togliere il fiato…la successiva “Syphilis” marca di più la componente doom del sound, contaminandosi però con brutali vocalizzi e illuminanti aperture progressive per le quali questi cinque ossessi meritano l’appellativo di geni.

Ma i Beaten Back To Pure non finiscono mai di stupire e proprio nel bel mezzo del disco piazzano una mazzata come “Shards of mason jars”, episodio southern sludge isterico ed indemoniato caratterizzato da duelli di chitarra che fanno gridare al miracolo! Tutto ciò prepara il terreno per una perla come “Paleface”: l’incipit acustico inganna perché tanta delicatezza si trasforma subito in una macchina da guerra pronta a colpire alle spalle con riff assassini, ritmiche serrate e le chitarre sempre pronte a sfidarsi in assoli travolgenti. Si prosegue sulla stessa scia con “866 days”, song che unisce groovy thrash e roccioso stoner rock in una matassa intricata sciolta solo dall’ennesimo break acustico che allenta la tensione ma non elimina del tutto il senso di pesantezza che si respira…ci pensa infatti la strumentale “Carry me back to the old Virginny” a regalarci una cavalcata di rabbia sudista, viscida e fangosa come le paludi virginiane, prima del finale affidato a “Double barrel blasphemy”, scheggia impazzita che ancora una volta alterna momenti rilassati ad altri a dir poco estremi fino al bombardamento conclusivo che fa cessare tanta ruvida bellezza…

Buy or die son of a bitch!

Alessandro Zoppo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *