BLACK CAPRICORN – Cult of Black Friars

Dopo l’esordio omonimo del 2011, il successivo “Born Under the Capricorn” (2013) e i brani ascoltati sulle compilation della serie “Desert Sounds” (sempre disponibili gratuitamente su Perkele), il nuovo album “Cult of Black Friars” conferma le buone impressioni che ci eravamo fatti dei Black Capricorn. Siamo effettivamente in campo “desert rock”, dove con questo termine possono essere assimilati fra loro generi spesso confinanti come doom metal, stoner rock e heavy psych, e il trio di Cagliari basa il proprio impasto sonoro raccogliendo e assimilando con criterio elementi dai generi sopra citati.
Abbondano le parti strumentali (l’opener “Atomium”, “Animula Vagula Blandula”, la granitica “Cat People”) nelle quali emerge la passione dei nostri per la psichedelia più pesante e acida. Altrove è il doom di scuola Saint Vitus a farla da padrone, in brani cadenzati e ossessivi come la title track e soprattutto “From the Abyss”, lunghe cavalcate dove la voce del chitarrista Kjxu echeggia spesso (volutamente o involontariamente?) quella di Dave Wyndorf. Proprio una versione più nera dei Monster Magnet del primo periodo (fino a “Dopes of Infinity”, per intenderci) potrebbe essere il termine più vicino a descrivere quanto si ascolta in questo disco. In conclusione arriva l’acustico/psichdelica “To the Shores of Distant Stars”, cantata dalla batterista Rachela, e qui il gruppo si dimostra abile nel non perdere la cappa nera che ammanta l’intero album.
Da segnalare cover artwork a cura di Vance Kelly (Down e The Sowrd, tra gli altri) e guest di Luca Catapano (Black Wings of Destiny) e Alessandra Cornacchia (Sacred Swords).

Marco Cavallini

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