BLACK RAINBOWS – Holy Moon

Inizia come un disco dei compianti 35007 il nuovo lavoro dei nostrani Black Rainbows a titolo “Holy Moon”, ossia sample vocali catturati da un lancio spaziale NASA fusi con riff dal battito lento e circolare. La band romana è giunta al quarto disco con un’intenzione precisa: rispolverare il groove che, a cavallo tra i due millenni, tra il 1995 e il 2005, ha ispirato una serie di band dell’orbita heavy psych producendo una quantità di album evoluti soprattutto in direzione di contaminazione tra diversi stili. Dischi come “Los Sounds de Krauts” dei Color Haze, “Ciudad de Brahman” dei Natas e “To the Center” dei Nebula hanno avuto il merito di proseguire il discorso post Kyuss arricchendolo di personalità e classe cristallina. E in un certo senso l’evoluzione che ha ispirato il gruppo capitolino punta nella stessa direzione. Come dire, l’effervescenza giovanile ha lasciato spazio ad un bel frutto maturo. È chiaro soprattutto in pezzi come “Chakra Temple”, desertica e ammaliante, che sembra proprio una outtake del trio argentino nel momento in cui espandeva i propri orizzonti alla ricerca di corsari neri. Come è chiara l’ispirazione dietro “Black to Comm”, una chiusura esemplare che tra saliscendi espressivi è il vero apice dell’intero progetto, facendo convergere il miglior hard rock con le sperimentazioni psichedeliche di tre decenni. Ottimo. Ma qualcosa parla ancora il linguaggio basico dei nostri: “Monster of the Highway” e “The Hunter” riportano l’adrenalinico power sound dei Grand Funk Raiload in avanti con l’orologio e l’episodio “If a Was a Bird” è una piacevole eccezione acustica nel classico timbro stilistico della band. Qualcosa è cambiato. Sicuramente la nuova lineup ha dato nuovi stimoli a Mr. Fiori, vero deus ex machina del progetto. E sicuramente questi nuovi stimoli porteranno una luce nuova sul prossimo full lenght del combo. D’altra parte la contaminazione risulta sempre essere meglio delle singole parti che la compongono.

Eugenio Di Giacomantonio