BLACK WILLOWS – Haze

Sebbene il nome – nei canoni del genere, per carità – non sia proprio il massimo e non salti propriamente all’occhio, i Black Willows riescono a convincere, a evocare demoni e presenze di fumo e nebbia. Le atmosfere di “Haze”, nove tracce psichedeliche e personali, oscillano tra Oriente e Occidente in un’amalgama onirica capace di toccare i centri nervosi più remoti. Ieri ascoltavo “Space Rituals” degli Hawkind, e mi trovo ancora su quella frequenza, ascoltando “Haze”. Musica per organi caldi, direbbe l’amico Bukowski. L’album dei Black Willows risponde ai miei personali criteri di giudizio musicale: è sexy, sporco e fluido. I brani si susseguono lenti e cadenzati, con un ordine ben stabilito. Le influenze classiche e la pesantezza delle mani sugli strumenti, si alternano svicolando e scivolando su un continuum di psichedelia tra antico e moderno. I Velvet Underground risuonano dal fondo della scatola di Schrödinger, insieme a suoni più vivi che morti (alcuni punti di questo disco ricordano le atmosfere dei Puscifer e – immancabili – i Black Sabbath nelle battute finali).
Passione e personalità traspaiono dal lavoro dei Black Willows che – tra le righe – è una formazione di Losanna. Una donna (Mélanie Renaud) nella line up, alla chitarra. Una voce dal timbro ipnotico. Sezione ritmica oscura, gente dalla mano pesante. Ci piace.
Pezzo più cazzuto: “Velvet Diamond”.
Pezzo preferito e consigliato: “Apache”.
Pezzo romantico: “Haiku”.

In fede,
S.H. Palmer

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