BLEEDING EYES – A Trip to the Closest Universe

Il nome dei Bleeding Eyes si aggira quatto quatto nell’underground da diversi anni ormai, preceduto dalla fama di gente che si sa divertire, e chi li conosce questo lo sa bene. La Go Down si accorge di loro e rilascia questo interessante “A Trip to the Closest Universe”, che li vede alle prese con una varietà stilistica maggiore rispetto al passato: sì sludge ma anche psichedelia, sì stoner ma in grado anche di smorzare i toni quando serve. Tre pezzi su sei sono cantati in italiano, con testi visionari e folli, come l’iniziale “Arrotino”, ma anche “Pozzo senza fondo” che recita con cinico umorismo la vita è una tragedia, non facciamone un dramma. L’indole lisergica della band veneta viene messa pienamente in mostra nella bellissima “Terzo occhio”, che svela anche il lato più sensibile dei Bleeding Eyes. La lingua madre è ben modellata sulla base strumentale, tanto da suonare molto esotica ad un orecchio poco avvezzo alla lingua di Dante.I tre pezzi in inglese sono altrettanto validi, a partire da “Cruel World” in cui la voce di Simone ricorda un giovane Ben Ward in erba, e la canzone stessa è accostabile agli stessi Orange Goblin per groove e puzza di carburante. “Barrage” è sludge doom all’ennesima potenza, con riff di chitarra che susciterebbero l’approvazione di un Jimmy Bower, tanto per dirne uno che nel fango ci sguazza. La conclusiva “From Here On It Will Only Get Worst” sembra suggerire che peggio di così non possa andare, ma in realtà qui va sempre meglio. Il brano racchiude in oltre 11 minuti tutte le sfaccettature di cui abbiamo parlato finora, con un gran finale di distorsioni e violini, sancendo la maturità di questi 5 ragazzacci della provincia trevigiana. Un disco che attesta la sana e robusta costituzione della scena heavy psych italiana.

Davide Straccione

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