BLUE CHEER – Vincebus Eruptum

Parlare di rock duro, heavy, saturo e fuckin’ loud non ha senso se non si rende il giusto omaggio, tributo e riconoscimento al power trio di San Francisco: i Blue Cheer hanno avuto il grande merito di influenzare, molto prima di altri, l’intero panorama duro che vedremo fiorire dagli anni settanta in poi. Chiamateli proto-stoner o proto-metal, hard rock, acid rock o come più vi aggradata: fatto sta che ‘Vincebus Eruptum’ è uno dei dischi più importanti della storia, sarebbe persino inutile dargli un voto perché qui si è scritta la storia. Non vedetelo come un disco, ma come un documento che palesa il desiderio di rompere le barriere e di proseguire il lavoro intrapreso da Cream e Jimi Hendrix Experience ma con una particolarità: elevare il volume, pompandolo verso limiti che all’epoca erano imprevedibili e considerati socialmente pericolosi.Le regole sono fatte per essere infrante: questo era il motto dei Blue Cheer, che non tollerarono mai la sigla “peace & love”, tipica della cittadina californiana, pur essendo pacifisti e grandissimi consumatori di droghe leggere e pesanti. L’attacco di “Summertime Blues” è quanto di più cattivo, possente, ermetico ed impenetrabile possiate sentire nella fine dei ’60: acido , devastante, spigoloso, destrutturato e pushato verso lidi sonori da cui non si può evadere, a meno che tu non ti chiami Papillon. Le sfuriate psicotrope, mischiavano il vecchio blues sul binario Clapton-Hendrix, prendevano la psichedelia e la imbottivano di steroidi sotto forma di riff grassi e saturi, il tutto con uno spirito garage-protopunk come vedremo meglio nella scuola di Detroit. “Rock Me Baby” è la seconda rivisitazione di un grande classico del blues americano, ma annichilendo ogni traccia della sofferenza iniziale, scegliendo la catarsi attraverso il pharmakon della distorsione e del feedback. “Doctor Please” è una canzone sull’uso delle droghe, concetto e universo esplorato dai Cheer in maniera completamente opposta a band dell’epoca come i Velvet Underground o i Jefferson Airplane. La vibrazione si fa costante, surclassando ogni tentativo di resistenza, concentrando nella forma canzone tutti gli effetti derivati dall’applicazione di dosi massicce di droghe sopra un brano che nasce blues ma si trasforma in un mostro mitologico e spaventoso, come il Leviatano.
“Out of Focus” è la Magna Charta del suono appesantito e manipolato dagli effetti, carico del virus dell’hard rock e del metal alternando la grande prova canora del bassista Dan Patterson a ritmi serrati, creati dal batterista Paul Whaley, mentre le scorribande sonore della chitarra di Leigh Stephens compiono razzie e risultano dannose come uno sciame di locuste nelle fertili campagne africane. “Parchment Farm” e “Second Time Around” scolpiscono il nome del trio magico nei monumenti granitici della storia del rock, forti di una azzeccatissima combinazione di potenza, riff fulminanti, distorsioni strabordanti perché il lavoro splendido di ogni singolo musicista è perfettamente calibrato. Questa è la Bibbia del Rock. Non si sfugge.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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