BONE MAN – Plastic Wasteland

Il nuovo album dei Bone Man è uno di quei dischi che non fanno prigionieri. Marian, Ötzi e Arne hanno fatto le cose per bene. Si sono lasciati alle spalle le influenze più dirette e sono andati avanti con le loro gambe. Il wall of sound che si ascolta mettendo la puntina sopra ai solchi del vinile è qualcosa di impressionante. Puro heavy psych con addizioni Seattle e voce romantica e ispirata. Proprio Marian, il cantante e chitarrista, sembra essere il punto focale. È lui che ha plasmato le canzoni con le espressioni più personali e direttamente collegate al suo mondo. Più di una volta si rimane incantati a seguirlo nei ricami che tratteggia sopra il pandemonio del basso e batteria (“Plastic Wasteland”). Altre volte è la sua chitarra a tratteggiare arabeschi delicati, come in “Old Brew”, pezzo che, per pathos e coinvolgimento, ricorda le cose migliori dei primi System of a Down. Ma non tutto è in punta di fioretto: “Dry Habit” è un cortocircuito fantastico, pezzo tankard che mira a distruggere i neuroni dell’ascoltatore, come “Flashback” che brutalizza il concetto di stop & go.
Alla fine dell’ascolto rimane una sensazione speciale. Un qualcosa è germogliato e splende nella sua bellezza. Anche a scapito del paesaggio metropolitano postapocalittico e distrutto che si contempla nella copertina. Ecco, la chiave di lettura è proprio nel contrasto che si ha quando due opposti si trovano vicini. I Bone Man lavorano proprio su questo concetto.

Eugenio Di Giacomantonio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *