BONES & COMFORT – Mothersheep

Daniele, Alberto e Luca sono tre ragazzi veraci. Si sente dalla loro musica. Fedeli e coerenti con una idea di DIY viscerale e totalitaria. “Mothersheep”, secondo disco della creatura Bones & Comfort edito dalla Go Down Records, è pura espressione di genuinità: un’escursione nei suoni “carne e patate” dell’America rock del confine, più volte citata anche nei titoli (“Tex Mex”, “Road Pizza”) e valicante le paludi della Lousiana alla ricerca di redneck per farsi una birra e l’ennesimo joint.Si parte con una scelta precisa: “We Choose Who Will Stand”. Un richiamo alla famiglia, ai bickers, ai bevitori incalliti. Una sorta di Down song leggermente più groovie: i Loudmouth, per chi se li ricordasse, band del secolo scorso che applicava il verbo anselmiano a finezze in puro stile Chicago’s sound. Un intro col botto. Colpisce in punta di fioretto con un ritornello da corna al cielo la bellissima “Tex Mex” e l’intenzione di unire vibes alla Tito & Tarantula con Clutch riffing è riuscita. Una bestemmia si sa, ma la cosa funziona perfettamente. Quando a metà pezzo il ponte reintroduce il chorus ci si sente proprio li, ad urlare sotto al palco “give me more beer!”. Pazzesco. Scrittura felice anche quella della seguente “Isaac’s Wife Song” che ribadisce il concetto di suoni grezzi applicate a strutture quasi street rock. “Unbalanced” è simpatico interludio rasente l’improvvisazione jazz che fa da controcanto a “Road Pizza”, una celebrazione del mitico Wino e delle sue numerose creature (Spirit Caravan su tutte) tanta è la forza impressa nelle parti vocali e nei solos di chitarra. Concetto ribadito e rinforzato anche nella successiva “My Crusade”, seppure lo sguardo si posi su qualche capitolo indietro, primi anni Novanta, scena del Maryland con band quali Iron Man, Wretched e The Obsessed: leggermente più doom, insomma.
Con “Take Some Pills” si segue il consiglio dato e ci si adagia all’ombra delle palme, con chitarra acustica ad osservare l’orizzonte fumante. È un passaggio breve, perché “No Country for Musicians” riporta il ritmo accelerato ed il Southern Comfort, anche se si scontra frontalmente con le considerazioni espresse nel testo e nel finale un’aurea plumbea viene a strozzare l’allegria del mood iniziale. “Inhale” è bong formalmente stoner che insiste nel lato più tribale della faccenda e la conclusiva “Orange Blossoms and Four Swans” è una vecchia conoscenza dei più accorti, dato che è stata pubblicata in “Desert Sound vol. 4” circa un paio di mesi prima dell’uscita ufficiale. Pezzo ricco e brillantemente strutturato su una chitarra settantiana ai massimi livelli che fa twin con le vocals. Stupenda. Tutti gli ingredienti finora espressi confluiscono e si fondono in un finale con i fiocchi: il minutaggio cresce e l’espressione si articola. Si apre una porta verso la musica jam per eccelenza, il blues, e poi, di colpo, tutto finisce con cori maledettamente gospel a ripetere il titolo. Ottimo.
Seconda prova brillante e riuscitissima questa dei Bones & Comfort. Godeteveli dal vivo, se potete e chiedete ai vostri spacciatori more pot and more beer, please…

Eugenio Di Giacomantonio

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