BORIS – Heavy Rocks

Dopo dieci anni dalla formazione, il trio giapponese Boris torna sotto i riflettori con il quarto album in studio: ‘Heavy Rocks’, disco che potrà lasciare spiazzati molti ascoltatori abituati a sentirli per lo più in scarne vesti noise adornate da elementi drone, chini su sperimentazioni folli che li hanno portati – fra le altre cose – ad una apparizione con i compagni di merende sunn 0))) nell’album ‘Altar’, uscito poi nel 2006. Le pietre sono pesanti e rotolano, eccome se rotolano. I brani si fanno più definiti, l’incisività stoner si fa sentire e paralizza sotto ad un sole cocente, ricordando a tratti i Fu Manchu, e servendosi di chitarre pesanti come non mai, riff convincenti ed assoli ridondanti che strisciano taglienti fra le scariche d’adrenalina e fra una voce rauca ed energica.Dopo un inizio vagamente noiseggiante i nostri Boris iniziano il riscaldamento per tutta la lunghezza di ‘Heavy Friends’, pezzo d’apertura che mette subito in chiaro l’intenzione della band di uscire dai classici canoni a cui ci aveva abituati, spiazzando senza mai deludere. Si dia inizio al braciere, dunque. ‘Korosu’ attacca rabbiosa nel migliore dei modi e ormai restare immobili è diventato impossibile, l’adrenalina viscerale ha ormai plasmato i nostri muscoli e c’è poco da dire: il trio ci sa davvero fare. ‘Soft Edge’ e la sua chitarra psichedelica ci ammalia in un vortice di non ritorno, stridendo e dilaniando silenzio, dopo che ‘Dyna-Soar’ l’aveva minuziosamente chiamato a sé colpendolo a tradimento dietro alla nuca, ridendo della sua smorfia di dolore dopo la caduta, guardandolo a terra tramortito ed in cerca di una ragione. Chi ha bisogno di una ragione quando ha nelle orecchie la furiosa carica di un buon disco?
Un giro di basso si divincola e si fa seguire nella valle della morte attraverso tutta ‘Death Valley’, come in un denso inseguimento dove la vittoria dei Boris su di noi è decretata già dalle prime note. Un album piuttosto immediato rispetto ai precedenti, accessibile anche a chi non mastica molto lo stoner, ma che potrà suscitare quell’attimo di delusione in coloro che alla vena hard rock preferiscono quella sperimentale di questo interessantissimo trio.
Un viaggio rosso/arancio nella furia di un recipiente infuocato.

Annet

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