BRANT BJORK – Keep your cool

Ormai Brant Bjork sembra averci preso gusto ed ecco che la sua carriera solista si arricchisce dell’ennesimo tassello con questo nuovo “Keep your cool”. Non pago di aver scritto pagine fondamentali dello stoner rock con Kyuss e Fu Manchu (senza contare le sue partecipazioni alle Desert Sessions, l’aiuto fornito all’amico Nick Oliveri nei Mondo Generator e il progetto Ché), il buon Brant giunge al terzo capitolo della propria saga, continuando sullo stesso percorso già intrapreso nei dischi precedenti (“Jalamanta” e “Brant Bjork and The Operators”) e cioè un rilassante e gradevole mix di desert rock, cool jazz, break beat, soul, funk e grooves latini.
Avendo dato vita ad una label personale (la Duna Records) che gli consente massima libertà creativa, il suo rock venato di pop sa essere fresco e spontaneo. Certo, non siamo di fronte ad un disco essenziale o altamente originale, ma il piacere di jammare che emerge dai microsolchi di “Keep your cool” è segno dell’insanabile voglia di Brant di staccare la spina e godersi la gioia dell’improvvisazione, dell’attimo che vuole fuggire eppure riesce a rimanere impresso. La strada dell’emancipazioni da certi canoni tipicamente stoner è ormai tracciata, non ha la potenza e la spinta geniale del compagno di vecchia data Josh Homme nei QOTSA ma si fa apprezzare per la sua spontaneità e la sua freschezza.

Le capacità di scrittura rimangono le stesse: meno tastiere rispetto al lavoro precedente, ma un pieno di divagazioni latine che fanno pensare al Santana dei bei vecchi tempi (“Hey, monkey boy”, “Keep you cool”), sapori desertici giocati su tappeti di wah-wah e melodie “piacione” (“Johnny called”, “Gonna make the scene”, “My soul”), suoni polverosi di chiara matrice stelle e strisce (“Rock-N-Rol’e”), feeling pop molto ottantiano (“I miss my chick”, song dal testo divertentissimo…) e qualche spruzzata di rock robotico, sempre rilassato e divertito (“Searchin’”).

Un disco da assaporare in tutta tranquillità, insomma, magari sdraiati all’ombra durante una calda giornata estiva con un buon drink ghiacciato in mano. Oppure in un fumoso locale di quart’ordine in qualche sperduta zona di mare californiana.

Alessandro Zoppo

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