BRETUS – Demo

Nelle parole del leader Ghenez (riff-mastermind e chitarrista ritmico) i Bretus nascono per omaggiare l’adorato genere doom e non (almeno per ora) come live band. Ci sentiamo di dire che trascurare questa seconda parte potrebbe rivelarsi un errore, visto che il quartetto calabrese è una realtà da tenere in netta considerazione, almeno a giudicare dalle quattro tracce del loro primo demo: un’eruzione di fiotti di magma che assumono le forme di pesi massimi come Corrosion of Conformity, Cathedral, Bongzilla, Year Zero, Orange Goblin, Entombed, Goatsnake e Down, cioè un’incandescente massa di minerali fusi pronta a cospargersi nell’ambiente circostante.Dunque dalle faglie più inaccessibili del nostro sottosuolo arrivano altri musicisti riottosi, consacrati ad un assalto stoner-doom dalla corteccia primitiva, ma che gode di un’esecuzione potentissima e un songwriting maturo, e soprattutto quel perverso feeling di annerito blues metallico, genuino condensato di forza d’urto crusty e dinamismo ritmico.
La registrazione è bella grezza ma sempre godibilissima, e sputa dritta in faccia ad ogni menzognero ritocco che pretenderebbe di addomesticare l’incontrollata risposta degli amplificatori, permettendo di seguire a dovere le linee strumentali nella loro frenesia heavy, proprio come quei platter stoner-doom di formazioni misconosciute che spremevano il cervello degli ascoltatori nella seconda parte degli anni 90, quando la ricerca dell’esaltazione dell’individuo era sublimata nell’elettricità di acidi riff post-sabbathiani e durissimo sostrato psichedelico.
“Vision” e “Survive Now” ci catapultano in un universo arcigno e rabbioso, fatto di riff basilari e incorruttibile sezione ritmica, scivolamenti mesmerici e continui break, con il ruggito di Marko che mette i brividi, magari non il massimo della perfezione formale, ma di sicuro efficace nel donare l’appeal adatto col suo screaming ribassato.
Il pezzo da applausi è comunque la misantropica, tirata e avvolgente “You know the People” in cui i nostri si lanciano a mille lungo un infernale doom psicotico che include sequenze da trip, con la massa umana stipata lungo le rive dello Stige in attesa del giusto supplizio, e “Fight Your Pain” è l’ultima tempesta mentale che materializza l’immondo Yog-Sothoth, tra bassi distorti, strofe cavernose e letali solismi psych.
Non si inventa nulla di nuovo anche se il gruppo è decisamente valido, molte soluzioni sono già state scolpite indelebilmente nello scorso decennio e pure con più classe dai colossi del genere, ma che ci siano dei riconoscimenti per i Bretus.

Roberto Mattei

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