BURNING SAVIOUR – Burning Saviour

La prima cosa che viene in mente ascoltando gli svedesi Burning Saviour sono gli echi dei favolosi ed oscuri seventies, Sabbath e Pentagram in testa, seguiti a ruota da tutta quella frangia più mistica e darkeggiante del progressive rock. Questo è il loro disco di debutto e dimostrano di aver assimilato appieno la lezione dei loro maestri, perfezionandola con un tocco di attualità (non troppa…) e creando pezzi alquanto strutturati e ottimamente eseguiti ed arrangiati. Forse la ricercatezza di alcune parti fa perdere un po’ l’immediatezza e che avrebbe conferito maggior calore ad alcuni pezzi, ma dopo ripetuti ascolti se ne cominciano ad apprezzare le sfumature e le molte qualità cominciano ad emergere, un po’ come nell’ascolto di certo progressive rock. A spiccare lungo tutta la durata del full length è sicuramente la voce del singer (nonché chitarrista) Andrei Amartinesei, un riuscito incrocio tra quella di Bobby Liebling dei Pentagram e Zeeb Parkes dei Witchfinder General: voce curata e alquanto epica quindi, alle quale fanno da contrappunto gli intrecci delle due chitarre. Da segnalare la presenza del flauto in Tree And Stone nella quale, forse è un po’ scontato, aleggia il fantasma dei Jethro Tull, rievocati in modo forse un po’ più pesante e metallico pur senza esagerare.Una gradita sorpresa questi Burning Saviour, altro centro messo a segna dalla I Hate Records che sembra stia offrendo dell’ottimo doom in ogni sua sfumatura.

The Bokal

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