CARONTE – Church of Shamanic Goetia

Se fossero inglesi o americani, i Caronte inciderebbero sicuramente per la Rise Above Records, oppure (nei tempi d’oro) per le americane Man’s Ruin o Meterocity. La band di Parma arriva circa dieci anni dopo il periodo più florido dello stoner doom, ma pare essere nato proprio in quegli anni (fine 90/primi 2000), e comunque deve essere cresciuto a pane e quelle sonorità. Non si spiegherebbe altrimenti la proposta e la carica del quartetto, fortunatamente notato dalla tedesca Ván Records dopo l’ottimo esordio del 2012 “Ascension”, uscito per l’italiana Lo Fi Creatures.
“Church of Shamanic Goetia” si apre con “Maa-Kher’s Rebirth”, brano che sembra essere stato scritto dentro una piramide egizia: la voce possente (echi di certe tonalità di Glenn Danzig a volte aleggiano nel disco) di Dorian Bones canta su un doom metal sulfureo dove su ritmi tribali si appoggiano in sottofondo voci rituali che paiono declamare riti e formule magiche. Sulla stessa lunghezza d’onda si sviluppano il doom psichedelico dell’ottima “Temple of Eagles” e la conclusiva “Left Hand Vodoo”, mentre sul lato più vicino allo stoner “Wanka Tanka Riders” ha il classico fascino e sapore delle cavalcate fra la sabbia e le palme, e “Black Mandala” puzza di Kyuss in preda ad sogno in nero.
Al di là delle etichette, delle recensioni e dei tanti nomi che si leggono come punto di riferimento e che comunque, in parte, possono essere indicativi (Electric Wizard su tutti), i Caronte appaiono come la reincarnazione dei mitici Goatsnake, il gruppo che meglio di tutti rappresentò l’incontro e la fusione fra la pesantezza e lentezza del doom metal e l’impatto stordente e gli umori desertici dello stoner rock.
A voi le conclusioni.

Marco Cavallini