CATHEDRAL – Seventh coming

Il sette è un numero dai molti significati nelle arti esoteriche e nelle religioni. Indica perfezione, purezza, forza, potenza. E calza a pennello per la nuova uscita dei Cathedral, la settima appunto, dopo quell’ ‘Endtyme’ che aveva visto il ritorno della band inglese al suono doom degli esordi. Un suono acido, ossianico, cupo e intransigente, la risposta alle voci di scioglimento e alle insinuazioni di essere divenuti ormai troppo stoner rock con ‘Caravan Beyond Redemption’.
Un sacrilegio per chi ha fatto la storia della pesantezza negli anni Novanta.
Bene, questo Seventh Coming sintetizza gli ultimi due dischi e vi aggiunge una nuova visuale. La sostanza doom è presente ma è quasi in secondo piano ( dove è presente però è rocciosa, vedi Congregation Of Sorcerers), usata come specchio del lato più inquietante della personalità di ciascuno e, per questo, evidente solo a tratti. C’è più rock cavernoso e oscuro come lo erano i primi Black Sabbath e i Black Widow, una spruzzatina di organo qua e là e, novità delle novità, il groove. I Cathedral però non compongono a compartimenti stagni e le caratteristiche (alcune) poc’anzi dette convivono spesso dentro ogni brano. Un fiume creativo in piena, sfuggente e affascinante. E’ il caso di Empty Mirror. L’attacco è massiccio e galoppante ma si arena dopo un po’ lasciando il posto ad un breve intermezzo lentissimo accompagnato da organo e cori liturgici. La messa nera sta per essere officiata. Ma è un’impressione (o un assaggio?).Tutto finito, l’incubo si è dissolto e il brano riprende ‘allegramente’ da dove l’avevamo lasciato. E non è l’unico caso in cui Lee Dorian e compagni ci fanno toccare la dimensione doom solo per pochi affannosi giri rientrando in carreggiata sempre con dei colpi da maestro (Skullflower).

Con Aphrodite’s Winter “Seventh Coming” tocca il punto più malefico. La introduce un sinistro arpeggio di chitarra acustica, come sapevano fare i Celtic Frost, accompagnata dai soliti quattro accordi di hammond. Basso (Leo Smee sempre solidissimo nelle retrovie ) e batteria srotolano fluidamente giri circolari a fare da tappeto alle nasali cantilene del druido Dorian. Due ripetizioni tra strofa e ritornello e poi la fuga strumentale di altissimo livello.
Ma i Cathedral sanno anche spingere il piede sull’acceleratore sfornando pezzi heavy rock senza fronzoli come Resisting The Ghost e Iconoclast e riescono anche a tracciare il doom rock del futuro in Black Robed Avenger . Il finale ‘positivo’ in Halo Of Fire si ricongiunge idealmente con la rinascita della fenice ben raffigurata nella copertina.
Così si chiude il cerchio su album cangiante che coniuga tradizione e piccole novità che diventano grandi in un genere conservatore per natura.

Francesco Imperato

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