CATHEDRAL – The garden of unearthly delights

Le aspettative attorno al comeback dei Cathedral erano molte e alcuni fattori (il debutto del gruppo per la Nuclear Blast e le dichiarazioni di Lee Dorrian che definiva molto pesante il nuovo materiale) lasciavano pensare ad un ritorno della band inglese allo stile dell’epocale debutto “Forest of equilibrium”; mai previsioni furono più errate. “The garden of unearthly delights” è infatti quanto di più lontano dalla lentezza doom abbiano mai realizzato i Cathedral e si propone anzi come il disco più rock, “dinamico” e sperimentale mai pubblicato dal quartetto. Si potrebbe dire che questo nuovo lavoro suona come un ipotetico incrocio fra “Caravan beyond redemption” e “Statik Majik”, ovvero i dischi meno doomy della carriera dei Cathedral; il doom, complice una produzione dal taglio cavernoso, è comunque presente nella profondità del suono e delle atmosfere.L’iniziale “Tree of life & death” è un mid tempo con rallentamenti tipico dei nostri, ma già dalla seguente “North berwick witch trails” i ritmi si velocizzano e il tutto si fa più incalzante. “Upon azrael wings” e “Beneath a funeral sun” sono due songs dal groove notevole, mentre “Corpsecycle” è in assoluto il brano più “commerciale” mai composto dal gruppo, dotato di una linea melodica e un ritornello molto orecchiabili. Colpisce la potenza di “Oro the manslayer”, quasi Motorhead nel suo incessante e frenetico avanzare; poi, quasi inaspettatamente, i tempi si dilatano e i Cathedral danno il colpo di grazia con i 27 minuti di “The garden”, una lunga suite che rimanda a “The voyage of the homeless sapien” (presente su “Statik majik”), in precedenza il brano più lungo scritto dalla band. Compare, per la prima volta in un disco dei Cathedral, un’eterea voce femminile, e al suo interno si ascolta di tutto: fraseggi acustico/orchestrali, pause psichedeliche, effetti space, jam sessions dal sapore blues, il tutto intervallato da tremende porzioni ultra doom (le uniche del disco) nelle quali la chitarra di Gary Jennings si produce nei tipici mortiferi riffs che lo hanno reso famoso.
Va fatto un plauso ai Cathedral: avrebbero potuto benissimo adagiarsi sugli allori e produrre un disco fotocopia ai precedenti, invece hanno voluto sfidare se stessi e il mercato, uscendo con un lavoro che in pochissimi si sarebbero immaginati. Se siete chiusi in un solo genere e amate i Cathedral esclusivamente per il loro lato più doom è probabile che faticherete a far vostro questo disco; se invece, al di là dei generi, apprezzate il gruppo e avete sempre seguito le sue evoluzioni, “The garden of unearthly delights” rappresenterà per voi l’ennesima grande prova della band inglese.

Marco Cavallini

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