CERVIX – In The Red Night A Roar…Slowly, A Chant Began

Cervix, ossia un’altra “entità” che nasce nel putrescente underground estremo e che con gli anni si è spinta verso la sperimentazione anticonvenzionale: i primi funerei, torturati “Teach Your Children To Worship Sludge”e “Suicide Youth” hanno preceduto il noise maggiormente strutturato (ma sempre avventuroso) di “Contemplating Death”e ora, acquisito un batterista stabile in Marek C., il percorso del gruppo di Volterra si addentra nel multiforme giardino dell’avant-garde con “In The Red Night A Roar… Slowly, A Chant Began”.Il quarto disco coniuga glaciali sonorità nordiche, extreme doom, kraut/space rock e psichedelia pesante, dando vita ad un organismo autoctono decisamente suggestivo, e oserei dire per lunghi tratti originale. Le poche note parlano di minimalismo, musica primitiva e Kosmische Musik tedesca, che servirebbero a raggiungere le divinità delle antiche religioni, e l’ascolto, diciamolo subito, mantiene le aspettative, promuovendo la svolta onirica e ‘spirituale’ dei Cervix, che si concreta in tre dilatati brani (tra gli 11 e i 13 minuti) di pregevole fattura, capaci di trasmettere alla mente una continua dose di inafferrabile panismo.
La formulazione dell’enigma è affidata all’intro cosmica di “…” che può rimandare sia alle produzioni Cold Meat Industry che a certi intermezzi sospesi nell’oscurità dei Neurosis, tra immoti synth e interventi di arpe, vibrafoni e flauti, che donano un appeal kraut tutto da gustare.
L’emblematica “The Path of Oirat”, costruita su catacombale doom (Malasangre, Thergothon), abissale psichedelia (Ufomammut) e soffocato black metal (Burzum), è costantemente arricchita dal ruolo preminente di taglienti synth, dal singhiozzo del flauto e uno studio riuscito degli intermezzi (etnici,dronici, eterei..), e trova la sua chiusura in un distorto loop giocato sul gigantismo dei riff e lo sferzare delle percussioni.
In “Oboo” i diabolici contrappunti tra riff smisurati e vibrafono creano dapprima un’atmosfera arcana, su cui si sviluppano striscianti melodie che si prolungano ad intermittenza, tra sintetizzatori e fraseggi funeral doom infarciti di feedback, per poi sfociare in una seconda parte sostenuta da un superbo basso dark/prog. Alla stessa maniera osa “The Water Of Life”, che su un tappeto avant-garde creato dai soliti, numerosi interventi degli altri strumenti, offre durissimo e ipnotico sludge.
Di nicchia, ma massimo rispetto

Roberto Mattei