CLOUDS TASTE SATANIC – Dawn of the Satanic Age

Epico è il giusto termine per descrivere “Dawn of the Satanic Age”, nuovo album dei newyorkesi Clouds Taste Satanic. Appena scesa la puntina sul bel disco splatter rosso/verde siamo davvero davanti al fuoco di un sole nascente dagli Inferi: marce tribali rallentate, chitarre ultra distorte e una sensazione diffusa di condanna al peggiore girone dantesco. Sintesi concettuale di quello che ci aspetta se vincerà Trump alle prossime elezioni americane o esplorazione delle intricate e complesse relazioni umane del nostro tempo oscuro, non è dato sapere. Ma Scavuzzo, Bay, Weintraub e Acampora hanno costruito un disco dal fascino tetro, dominante e abominevole. Convogliando il tutto in una soluzione strumentale dal grande fascino evocativo.
Si parte con “Enthroned” e la mente si rivolge ad un incrocio fantastico tra i Manowar rallentati e i mai troppo compianti Reverend Bizarre. Altissima dose di furore vichingo, insomma. Il trait d’union con la successiva “We Die We Live” (Electric Wizard sì, ma con parsimonia) è il solo di chitarra a cavallo tra i due pezzi. Una trovata bella e riuscita. Chiude la facciata “Retribution”, che richiama vecchi istigatori alla trance doomotica, ovvero gli Sleep, numi tutelari dei Clouds Taste Satanic nelle prime due uscite e che qui riemergono soltanto a corollario.
Girata la facciata ritorna lo stile di Matt Pike, questa volta con l’altra sua creatura, gli High On Fire. Anche se “The Brocken” mostra qualche contaminazione altra che sposta il focus verso l’armonia e il tocco di classe, oltre che puntare alla furia belluina. “Just Another Animal” e “Demon Among the Stars” chiudono il concept verso il buio più tetro, partendo dai padri fondatori Black Sabbath ed arrivando al terzo canto dell’Inferno di Dante, citato all’interno della copertina. “Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Giustizia mosse il mio alto fattore: fecemi la divina podestate, la somma sapienza e ‘l primo amore. Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro. Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Mai parole furono più azzeccate.

Eugenio Di Giacomantonio

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