CLUTCH – Earth Rocker

Indicato da molti come uno degli album più attesi dell’anno, ecco “Earth Rocker”, decimo disco in studio per i Clutch. Il quartetto del Maryland, forte di una ventennale esperienza alle spalle, torna con un full-lenght a quattro anni da “Strange Cousin From the West”. La band viene spesso associata alla scena stoner rock, analisi non del tutto esatta: i Clutch sono un gruppo rock nel senso ampio del termine. Nati in un’era cui stava cedendo il passo l’epopea grunge per dar spazio all’allora nascente e luminosa stella stoner, i Clutch seppero inserirsi a cavallo tra le due ondate, creando un sound a sé stante e finendo col divenire uno dei più importanti gruppi in seno all’hard rock alternativo e sicuramente un importante riferimento per le successive stoner band. Merito anche del seminale secondo album omonimo del 1995, lavoro emblematico capace di inglobare elementi che vanno dal groove metal al rock blues, passando per emanazioni funk, tinte southern e hard rock. Pur facendo incetta di fuzz e wah pedal, i quattro hanno soltanto sfiorato la psichedelia, fattore che ricollega ad un’errata idea d’associazione con il mondo prettamente heavy psych.Negli anni i Clutch hanno accentuato la vena bluesy e funk, virando quindi in quel contesto groove che ha consolidato il loro stile, caratterizzato dalla voce calda, energica e robusta di Neil Fallon, oltre ai puntuali e granitici riff di Tim Sult. Senza ovviamente dimenticare il grande lavoro dell’impeccabile sezione ritmica, Jean-Paul Gaster e Dan Maines. Altra dote in favore della formazione sono le liriche spesso acute, surreali, dissacranti e mai casuali. Una classe che si riscontra anche in alcuni progetti paralleli quali gli strumentali The Bakerton Group e The Company Band.
Per fugare eventuali dubbi, “Earth Rocker” è ricco di momenti groove heavy funk grazie a canzoni immediate quali la title track, “Crucial Velocity” e “Mr. Freedom”. L’hard blues southern va forte con “D.C. Sound Attack! ” e “Unto the Breach” (Tim Sult sugli scudi!); “Gone Cold” è un gioiellino psych blues tra gli apici dell’album e raro momento intimista. Con “The Face” si arriva allo stoner rock che qualcuno attendeva, “Book, Saddle, and Go” è semplicemente una grande song tra hard rock e lievi emanazioni desert, mentre “Cyborg Bette” è un altro momento che fila via senza deludere. “Oh, Isabella” è il brano più lungo del lavoro (soli 5.18 minuti): forse la breve durata del disco ne è la nota meno positiva. Tuttavia è proprio “Oh, Isabella” a mettere ancora in mostra la facilità tecnico compositiva dei quattro, che prepara alla grande chiusura di “The Wolfman Kindly Requests…”.
I Clutch non deludono le aspettative e ci consegnano l’ennesimo grande album che con tutta probabilità sarà tra i lavori più celebrati in questo 2013. La band non presenta grandi innovazioni: la formula è quella già sperimentata nel corso degli anni, “Earth Rocker” suona Clutch ed è ciò che i fan si aspettano. Grandi canzoni dall’innegabile gusto ruffiano e mai banale: un termine di paragone potrebbe essere “Blast Tyrant”, nel quale la vena groove era molto accentuata. Attenzione, insomma: i Clutch non ripetono sé stessi. Semplicemente, proseguono ad essere i Clutch.

Antonio Fazio