COFFEE GROUNDS – Demo 2006

Quando i neri artigli del destino ghermiscono la nascita un’opera e la rendono incompiuta: i Coffee Grounds erano un promettentissimo gruppo milanese fondato e guidato dal chitarrista Federico Oddone (Sottopressione, GHCP e Maze) nel 2003, appassionato musicista – oltre che di hardcore – anche di autentico stoner rock, che con una line up di tutto rispetto giunge due anni dopo alle sessions del primo mini-cd, progetto a cui si deve rinunciare per i primi forfait nella formazione.Dopo un periodo travagliato, il gruppo rinasce di lì a poco, e pare finalmente stabilizzarsi attorno al batterista Riccardo A., il bassista F. Alba (dai Veracrash) e il singer italo-inglese Timothy Moore. Partecipano al secondo volume della compilation Desertsounds (che rimarrà però solo in versione download), per poi agganciare Arthur Seay (Unida, House of Broken Promises), proprio quando hanno pronti i 12 pezzi del full-lenght “This Is what You Get”. Iniziano le registrazioni, ma ancora una volta dissapori interni lasciano il tutto lettera morta, mutilando il futuro disco dopo appena le prime versioni di tre brani.
Altra terribile mazzata, e Oddone iperterrito imbastisce l’ennesimo cambio con membri di Sottopressione e Kaos Lord, questa volta però è la mancanza di una voce carismatica a portare alla deriva l’ultima incarnazione del gruppo, e il bottino dei Coffee Grounds si ferma a questo demo-pre album, palese tributo sonoro dell’underground italiano dei primi anni duemila all’heavy psichedelia…
La linea tracciata dallo stoner rock del dopo Unida e diretta verso il neo-hard rock che sarà di Mother Misery, Dozer, Generous Maria e Cowboys & Aliens (e in precedenza di Celestial Season ed altri), con un tocco di rock-psych e fiammate hardcore, è la zona rossa in cui prende corpo la musica dei Coffee Grounds, che sarebbe stata in perfetta sintonia con quanto usciva parallelamente dagli altri studi europei, tra sensazioni di ‘big life’ quotidiana e suggestioni sparse tra California e Scandinavia.
Un breve, lacerante feedback disvela l’epico hard stoner rock di “N Song”, tra riff eccellenti e trasudante groove, grazie anche ai refrain debitamente mutuati dal calore del rock classico. Potenza, melodia, fantasia e songwriting ci sono tutti (e oserei dire più di alcune celebrate new sensations), positive caratteristiche confermate da “Nothing Left to Break”, impostata sulla dicotomia tra rifferama psycho-trance e glitteroso hard rock, zeppa di splendide incitazioni, e un altro serbatoio colmo di robotico rock’n’roll è “Jungle Psycho”: heavy rock moderno e psichedelico di gran caratura, che gode di una sezione ritmica potentissima, con intermezzi tra Fu manchu, crossover e hard ’70.
Si grida ancora vendetta, ma forse non tutto è perso per i Coffee Grounds.

Roberto Mattei