COLOUR HAZE – CO²

CO², anidride carbonica, componente dell’atmosfera nel rapporto di 1 litro su 2500 litri di aria (in proporzione maggiore provoca avvelenamento alla respirazione). Ma questa CO² non è tossica, anzi è lenitiva e l’assunzione in grandi quantità (unità di misura: loop, multiplo del loop = 1 heavy rotation) non può che fare bene. L’elemento chimico in questione gode di alcune proprietà: innanzitutto è capace di modificarsi ed è molto malleabile, adattandosi ad ogni situazione di ascolto. In secondo luogo è multiforme, perché ora è efficace ed ha un gran tiro (ossia la capacità di infiammare l’ascoltatore, ma solo se entra a contatto con il giusto movimento cefalico ritmato), ora è psicotropo e riesce a creare degli spostamenti immaginari, impalpabili ma assolutamente evidenti, chiamati trip (dal nome del loro scopritore, il chimico prussiano Arthur Von Trip).La composizione chimica è data dall’alchimia perfetta che si instaura tra i tre elementi acidi e basici, a partire dalla kyussiana “Get It On”, che rappresenta una tipica manifestazione dell’elemento: un continuo mutare tra riff in chiaro e muri di fuzz, dove la melodia riesce a coabitare con la frenetica anima più psichedelica della band. La voce di Stephan Koglek subisce mutazioni durante l’intera durata del disco, e la sua bravura come chitarrista e compositore di tutti i brani (testi compresi) è fuori da ogni dubbio visto che oramai è uno dei migliori chitarristi nell’universo stoner-psych. “Shine” è una composizione che vede nel chorus la parte più epica del disco, gli strumenti e la struttura del brano cooperano per elevare ogni minima sfumatura ed accordo ad un raffinato gioco di specchi, in cui l’ascoltatore si trova piacevolmente investito da un climax sonoro. Come abbiamo già annunciato, la voce è un architrave dell’album perché riesce ad essere ora evocativa (come in “Shine”, appunto), ora carica di groove e supportata dalla seconda voce di Philipp Rasthofer (“Allright”), ora più rilassata ed introspettiva (“Inside”).
La migliore tripletta di canzoni dei Colour, dal punto di vista dell’effetto diretto e della facilità di ascolto, si chiude con la vacanziera e solare, settantiana “All Right”. Non mancano le canzoni nelle quali lo stoner rock è sottomesso alla psichedelia più sognante ed ipnotica, ed infatti troviamo ben tre brani di una rilevante durata (“Motormind”, “Inside” e la title track), che si sviluppano in spirali elicoidali di fumo sciamanico e di incessante ricerca di un accesso per la quarta dimensione. Riservano citazioni e piccoli cammei, offerti dalla band che zitta zitta infila anche i Beatles di “Hey Jude” nella penultima fatica del disco. In sintesi si tratta di un lavoro che al pari di ‘Tempel’ brilla per bellezza, dietro la pietra miliare ed inamovibile ‘Los Sounds des Krauts’. Ma volete sapere la verità? È questo il disco che potrete usare per far innamorare la gente dei Colour Haze, perché con il suo giusto mix di durata, potenza, melodie delicate e gran bei ritornelli è il più indicato per introdurre il germe Colour Haze in poveri incoscienti.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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