COLOUR HAZE – Colour Haze

Per i Colour Haze era difficile ripetersi dopo un lavoro complesso e magniloquente come “Los sounds de krauts”. Un lavoro che per la sua grandezza andava annoverato sullo stesso piano dei capolavori del rock psichedelico. Impresa titanica dunque. Ma a Stefan e ai suoi compagni di viaggio (in tutti i sensi…) Manfred e Filip le cose sembrano riuscire con una facilità incredibile.Dopo un mastodontico colosso psych è infatti il momento della riflessione, del ripiegamento sul proprio essere. Il disco che viene fuori è sincero, davvero sentito: parte dalle stesse basi del suo predecessore (un misto di stoner kyussiano, kraut rock, hard blues e classica psichedelia) per affermare ancora meglio la personalità di uno dei gruppi migliori dell’attuale panorama heavy psych. “Colour Haze” vive sull’alternanza di momenti di quiete e furiose esplosioni lisergiche, gioca su riff e guitar solos travolgenti, si placa nell’equilibrio di soavi melodie vocali, quando sembra affondare nel rock più sfrenato capovolge i ritmi con tocchi soffici, jazzati, che riportano ad una dimensione umana particolarmente intensa.
Soli sette brani che bastano per forgiare un sound magmatico, coinvolgente, ruspante, complesso ma pur sempre diretto. Lo dimostrano l’iniziale, stupenda “Mountain”, melodica e astratta, la successiva “Tao nr. 43” (perfetta miscela di stasi mesmerica e deflagrazioni elettriche) o la magica “Love”, fusione emotiva e riuscita di jazz rock e stoner sound. Altrove emergono momenti particolari per la band tedesca: pensiamo all’esercizio heavy jazzato di “Di del it” o alla parentesi acustica di “Solitude”, delicato break a base di sole voce, chitarra acustica e pianoforte.
Dove riescono meglio i Colour Haze è però nelle lunghe e fantasiose jam psichedeliche. “Peace, brothers & sisters!” lo dimostra appieno nei suoi 22 minuti conditi di chitarre sfrenate, ritmiche ora sfumate ora rabbiose, robuste accelerazioni e pause di ampio respiro. Un vero e proprio inno contemporaneo, che riportando alla migliore tradizione hard dei ’60/’70 ci fa riflettere su quanto il bisogno di pace e libertà sia diventato fondamentale al giorno d’oggi. Dopo tale sbornia non poteva che esserci conclusione migliore di “Flowers”: brano elettroacustico (il cui incipit ricorda vagamente “Space cadet” di kyussiana memoria…) acido e articolato, tenero eppure spigoloso, pieno stile Colour Haze insomma.
Se non avete ancora ascoltato questo disco fatelo presto perché potreste perdere un lavoro eccelso, eclettico e poetico. Stefan, Mani e Filip formano una band stupefacente, pura delizia per chi ancor oggi sa apprezzare le atmosfere uniche del rock d’antan.

Alessandro Zoppo