COLOUR HAZE – Ewige Blumenkraft

Tre è davvero il numero perfetto…in tre erano nell’Experience di un certo Jimi Hendrix, in tre erano i Cream, i Grand Funk, Alvin Lee con i suoi Ten Years After…e oggi, in tre sono i Colour Haze, che direttamente dalla Germania riprendono proprio da dove questi mostri sacri del rock avevano lasciato. Visto il riscontro ottenuto dall’ultimo “Los sounds de Krauts” è d’obbligo andare a rivedere il passato di questi folli ambasciatori psichedelici. Anche perché i loro precedenti dischi sono talmente belli che ogni valutazione può sembrare tendenziosa…dopo aver messo per la prima volta “Periscope” nel lettore faticherete non poco per farlo uscire e la stessa cosa succederà con “Ewige blumenkraft”!
Ma andiamo con ordine. Il gruppo si è formato a Monaco nel 1994, sebbene l’attuale line-up sia attiva dal maggio del 1995 e ha sfornato in totale cinque dischi, intraprendendo una meravigliosa avventura sonora che (fortuna nostra…) continua tutt’oggi. “Periscope” è il terzo album della band teutonica, uscito originariamente nel 1999, poi remixato e ristampato dalla MonsterZero Records: si tratta di un qualcosa di veramente eccezionale…i Colour Haze sono tra le migliori espressioni dell’heavy psichedelia europea e nei loro brani emerge subito la totale devozione nei confronti dei gruppi fondatori del genere, mitigata ovviamente da sapori e colori originali, pezzi di bravura che esplodono rifrangenti e cangianti.

Ciò che balza subito all’orecchio è una presenza spesso ingombrante in questo genere, cioè il fantasma di un gruppo dal nome Kyuss, ma qui c’è davvero poco per cui accusare di plagio: le composizioni sono sempre fresche e genuine, frutto di un lavoro personale e mai spudoratamente derivativo, prendete ad esempio l’iniziale “Always me”: l’influenza di John Garcia e compagni è inevitabile ma c’è una tale partecipazione, un tale entusiasmo, una tale bravura che non può essere taciuta, pochi riescono a scrivere un brano dove il fuzz delle chitarre sposa alla perfezione delle vocals delicate e una sezione ritmica pulsante come poche. La mente del gruppo è senza dubbio Stefan Koglek, vocalist ma soprattutto chitarrista immenso, il suo modo di suonare è passionale, sporco a dovere, carico di feeling, insomma, un qualcosa di veramente magico, ma non va assolutamente dimenticato l’apporto fondamentale di Mani Merwald alla batteria, sempre preciso e instancabile, e Philipp Rasthofer al basso, collante perfetto per il suono sprigionato dalla band.

“Antenna” riporta alla mente ciò che si sentiva per le strade quando il circo kyussiano abbandonava la città, si tratta infatti di nove minuti di un’intensità incredibile, spesi tra atmosfere rilassate e inserti vocali che si gettano in un precipizio oscuro, molto vicini alle melodie dei Soundgarden del periodo “Badmotorfinger”, mentre “Pulse” preme molto di più sull’acceleratore facendoci rivivere i fasti del blues per un sole rosso…la produzione, ad opera dello stesso Stefan, è secca e slabbrata, ma è una scelta voluta, una specie di necessità per chi predilige la passione alla tecnica e cerca sempre di comunicare delle sensazioni vibranti attraverso la propria musica, come accade con “Sun”, altri nove minuti di heavy psichedelia al quadrato, caratterizzati da un inizio cadenzato e pachidermico che si evolve in linee melodiche e svisate chitarristiche dalla bellezza accecante, per poi sfociare in vocals più pacate, che ci portano nel bel mezzo di un deserto, stesi a contemplare l’incompiuto, quell’infinito che ognuno di noi si porta dentro…

”Periscope” e la successiva “Periscope (Breit Return)” hanno entrambe come comune denominatore un incedere ipnotico, cioè quel senso di vera e propria trance che solo un genere come questo sa emettere, evidente nel primo caso nel basso di Philipp, avvolgente come non mai, e nel secondo nel trascinante andamento che il pezzo assume, tra il martellare di Mani dietro le pelli e la furia di Stefan alla sei corde. Concludono il disco i dodici minuti di “Transmitter”: un incipit dilatato, caratterizzato da parti vocali a dir poco perfette, apre la via ad un delirio mesmerico, un esplodere di wah-wah e distorsioni finali meraviglioso e trascinante…un autentico capolavoro!

Dopo l’uscita di questo disco i nostri non sono certo rimasti con le mani in mano, anzi, hanno pubblicato il loro quarto album (l’altrettanto favoloso “Co2”, disco altamente consigliato) e poi “Ewige blumenkraft”, capitolo fondamentale perché segna un’evoluzione decisiva da punto di vista sia tecnico che compositivo. L’indirizzo intrapreso segna un deciso avvicinamento alla dimensione più strettamente psichedelica, quindi lunghissime jam acide, ampio spazio all’improvvisazione e l’affrancamento dal modello kyussiano che prima si faceva sempre pressante.

Lo dimostra la track d’apertura, “Freakshow”, breve, concisa, così essenziale da rimanere subito impressa nella mente con il suo refrain accattivante e coinvolgente. “Almost gone” ha un riff iniziale incandescente che poi si coagula con delle melodie in stile Queens Of The Stone Age (non dite mai a Stefan che il suo stile ricorda quello di un certo Josh Homme…) sorrette da una sezione ritmica in autentico stato di grazia, mentre con “Smile 2” si iniziano a varcare i confini più marcatamente psichedelici, dove i Monster Magnet incrociano i Natas in una sorta di deserto astrale che lascia trasparire un’atmosfera opprimente, determinata da vocals “ululanti” che supportano con i loro “yeah” tutto il corpo del brano, davvero psicotropo…la successiva “Outside” è però la song meglio riuscita, soprattutto per merito della chitarra liquida che domina in lungo e in largo creando un vorticoso giro di emozioni, e per le lyrics di Stefan…”i think i saw the truth tonight, with your eyes in her eyes”…è il bagliore che emerge da tanta astrazione, dalla capacità di creare musica dalla magnificenza così spiccata, la colonna sonora ideale per le proprie elucubrazioni mentali, unicamente insolita eppure così familiare.

Con “Goddess” viene riportato in carreggiata l’aspetto più narcolettico dello stile Colour Haze, cioè quel cadere sotto i colpi di una chitarra straripante e di melodie decisamente orecchiabili, così come in “House of rushammon” viene privilegiata la componente acida, in questo caso totalmente devota a visioni mistiche che prendono corpo in un brano che parte soffuso e termina in un crescendo incandescente esaltato da uno splendido assolo di Stefan (in questo caso si riconosce uno stile che sta tra Hendrix e Santana). “Reefer” è un pezzo anthemico, potrebbe essere il manifesto di questo modo di suonare, sia per il testo (davvero favoloso…) sia (soprattutto…) per il suono desertico sprigionato dai tre ragazzi, che in “Freedom” vanno a ripescare un vecchio brano del 1973 dei misconosciuti Buffalo, rendendolo in una veste jammata dove predomina una certa libertà di azioni e movimenti, evidente nel guitar-work debordante che trascina in un limbo dove la nostra mente viene stordita sotto i colpi di un macete e poi rilassata con qualche sedativo…

Questa stessa cadenza ossessiva e soffocante viene resa alla perfezione in “Smile 1”, esempio di come sia possibile miscelare sapientemente Spacemen 3 e Kyuss lungo un’onda adrenalinica che trascina nel gorgo dell’oblio…il compito di chiudere il disco spetta ai venti minuti di “Elektrohasch”, summa del desert rock targato Colour Haze: fraseggi quasi interamente strumentali, melodie chitarristiche vellutate e al tempo stesso aggressive, divagazioni estemporanee, fughe ritmiche, un riff circolare dall’andamento febbricitante nel bel mezzo, insomma, tutto ciò che rende una composizione un vero e proprio evento sonoro. Dunque, non ci si può esimere dal fare i complimenti a questi tre piccoli geni, che pur non inventando nulla di così innovativo, sanno come far suonare i loro strumenti con passione e devozione, rappresentando una delle migliori espressioni del panorama stoner del vecchio continente.

Un unico consiglio: accattatevilli!

Alessandro Zoppo