COLOUR HAZE – Los sounds de krauts

Primo capolavoro del 2003. Ecco il termine giusto per definire la nuova fatica discografica dei grandiosi Colour Haze. Non nascondo una certa predilezione per il gruppo capitanato dal mitico Stefan Koglek (a fatica sono riuscito a levare dal lettore i precedenti “Periscope” e “Ewige blumenkraft”…), ma senza mezzi termini non esito a definire i Colour Haze il gruppo heavy psych per eccellenza.
Questo “Los sounds de krauts” si struttura come un doppio disco nella migliore tradizione anni ’70, diviso in quattro facciate per undici brani dalla bellezza indescrivibile. Psichedelia, kraut rock, stoner e hard settantiano si mischiano senza soluzione di continuità in un cocktail lisergico e mellifluo che rende il suono del gruppo tedesco unico e facilmente riconoscibile in una marea di band che suonano tutte allo stesso modo. Come al solito prevalgono le lunghe jam acide e distorte, perfetta colonna sonora per un party a base di marijuana e lsd: il primo lato del disco vede la presenza di “I won’t stop”, “Roses” e “Zen”, tre perle dalla durata media di sette minuti, melodiche nel cantato, ossessive nella sezione ritmica (sempre i soliti Mani Merwald alla batteria e Philip Rasthofer al basso) ma soprattutto travolgenti e flippanti nella chitarra di Stefan, autentico mattatore a suo agio tra partiture liquide ed altre più ruvide. In “Zen” compare anche un piano Fender Rhodes e si sfiorano vette di perfezione formale assoluta…

Il secondo lato si apre con “Plazmakeks”, lento mantra psichedelico che porta alla liberazione dei sensi attraverso improvvise accelerazioni e bruschi ripiegamenti. Con “2+7” i Colour Haze propongono un episodio diverso: si tratta infatti di un brano lineare, breve e diretto, sempre ipnotico ma molto accattivante, nella migliore tradizione dei Queens Of The Stone Age. “Sundazed” invece è un altro colosso nebuloso e onirico dove è l’improvvisazione a farla da padrona imprigionando le nostre menti in un vortice senza uscita di suoni e colori.

“Where the skies end” è il primo tassello del terzo lato, momento conciso che riassume in una trama di basso e di chitarre effettate la filosofia del trio tedesco: espandere la percezione dell’ascoltatore, cura portata a perfetto compimento nell’esplosione umorale di “Weltraummantra”, quasi venti minuti oltre ogni limite corporeo che esplorano con tocchi delicati gli angoli nascosti della psiche umana.

L’ultima facciata vede nel muro rumorista al limite del noise di “Other side” il preludio per “Overriding”, altri diciotto minuti che si pongono come vetta assoluta del disco: ultimamente non avevo mai sentito qualcosa di così sublime, un insieme di riff e wah-wah inaciditi, cavalcate sature arricchite da un organo caldo come il sole, vibrazioni stonate e un cantato melodico così soave che fa di questa jam un must imprescindibile. Così, quando arriva “Schlaflied” a chiudere questo favoloso trip, ci si risveglia da un lungo sogno e (purtroppo…) si torna alla realtà.

E’ sempre più raro trovare una band di questo calibro nel panorama musicale di oggi: i Colour Haze sono l’esempio perfetto di fuoriclasse dello stoner rock, un gruppo con estro, fantasia e soprattutto tanta carica psichedelica…cosa aspettate allora? Join the ride!

Alessandro Zoppo

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