COLOUR HAZE – Tempel

La ricerca della conoscenza è un tema che ha affascinato migliaia di pensatori per tutta l’esistenza umana, senza mai giungere a conclusioni definitive e partendo dalle ultime conquiste per giungere a quelle successive, in maniera graduale e metodica. Allo stesso modo vi sono arrivati i Colour Haze, che con ‘Tempel’ (Tempio) firmano il loro settimo lavoro in studio e confermano la grandezza di una band che, anno dopo anno e jam dopo jam, si è ritagliata uno spazio personale e degnamente meritato. ‘Tempel’ è probabilmente il disco che marchia a fuoco il nuovo corso del trio proveniente da Monaco, perché definisce i limes tra vecchia e nuova produzione, in maniera alquanto decisa ed univoca: è un nuovo stile, che pur essendo già presente dall’uscita di ‘CO2’ è andato affinandosi in questi ultimi sei anni e qui trova la sua dimensione effettiva. Tutto è magico e “praghese”, a partire dall’idea di scegliere come titoli degli elementi e dei quid che rimandano la mente a quella Praga di Oro e Nebbia che fu grande sotto il regno di Rodolfo II: Acqua, Fuoco, Mente, Tempio, Oro & Argento, Terra, Oceano e Stratofarm (una fattoria in cui coltivano chitarre elettriche?).L’ondata psichedelica e settantiana inizia subito con intenzioni bellicose, mettendo a ferro e fuoco cervello e sensi nella bellissima e immensa “Acquamarina”. Che insieme alla magnifica e senza tempo title track sono le due perle del disco: una lunghissima jam psichedelica, figlia di Hendrix e dei Blue Cheer ed imparentata con i Kyuss, che non potrebbe essere figlia di nessuno se non dei Colour Haze. Il tocco jazzato ed esuberante di Manfred Merwald riesce ad altalenare, in maniera tecnica ed elegante, tra sfuriate hard rock e momenti di puro mantra acido. “Fire” vede concentrata tutta la seducente e prorompente forza del fuoco, che allo stesso tempo sconfigge l’oscurità e ci fa entrare nel mondo della ragione, così come è capace di devastare e distruggere, inesorabile, tutto ciò che incontra. La canzone ha anch’essa due anime: quella fluttuante e rilassante, con Koglek che si diletta a cantare in falsetto in alcuni punti, ed un’anima carica di groove e tiro, possente e sconquassante come le onde in tempesta che si infrangono, muoiono e rinascono come una liquida Araba Fenica, sugli scogli delle alte coste di Dover. “Mind” è la più settantiana e easy listening del lotto: grandissimo giro di basso, ottimo ritornello e punto di contatto con la tripletta iniziale di ‘CO2’, notevolissimo infine l’assolo di Hammond, suonato dal bravo Christian Hawellek, che ci delizierà nuovamente in “Gold & Silver”.
Il resto del disco si dilunga su tonalità psichedeliche ed arabeschi intricati, con vene progressive, senza mai strafare pur mostrandosi come il vento del deserto: soffia inesorabile e lentamente, come tutte le cose di valore, compie la sua opera di erosione di piramidi e di civiltà scomparse. O come la corrente acquatica, che lavora come scultrice di pari livello di Fidia il greco, le sconfinate coste del globo, dando loro forma e mutandone l’aspetto, ammorbidendolo e aggraziandolo. E se questo disco fosse come la natura, maestosa padrona del mondo quando l’uomo non era uomo, ma scimmia? E se ci sbagliassimo e questo disco fossimo noi, con tutte le nostre particolarità e illusioni? Con le nostre idee ed emozioni? Difficile rispondere, molto più semplice far partire il play e godersi questo Tempio.

Gabriele “Sgabrioz” Mureddu

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