CORROSION OF CONFORMITY – America’s volume dealer

“America’s Volume Dealer” chiude molto bene la trilogia dei C.O.C. (se escludiamo l’ottimo “Blind”, album della svolta verso sonorità hard ’70, ancorché filtrate da un rifferama thrash/hardcore), dopo i primi due capitoli “Deliverance” e “Wiseblood”, dischi seminali nella storia dell’hard rock novantiano.
A dire la verità “AVD” è uscito con molto ritardo rispetto ai tempi attesi, in quanto i rockers del North Carolina non seppero capitalizzare i buoni successi ottenuti (dal vivo e su vinile), proprio quando si trovavano ad un passo dal riconoscimento di massa. Questo è avvenuto per qualche bega interna (forse per l’anatema di Karl Agell, poi cantante dei Leadfoot, estromesso da Keenan dopo le registrazioni di “Blind”), per una certa crisi compositiva, per gli impegni in progetti paralleli come i Down, e soprattutto perché nella seconda metà del decennio il rock più viscerale non fu ritenuto sufficientemente appetibile dalle grosse case discografiche, che hanno visto in sonorità più “moderniste” (termine che mi lascia molti dubbi) investimenti più convenienti.
D’altro canto lo spessore artistico dei C.O.C. non è stato messo in discussione dalle nuove generazioni stoner e southern rock, che li hanno acclamati come un gruppo fondamentale al pari di Kyuss e Lynyrd Skynyrd!

L’opener è affidata a “Over Me”, un brano al 100% Corrosion of Conformity: fraseggi possenti alternati ad altri più pacati, ma sempre al servizio della costruzione melodica e sotto continua pulsione ritmica, in cui la voce di Pepper dà il meglio. Già questa canzone descrive ottimamente lo stile del disco: riff hard rock a là Mountain/Ted Nugent con sonorità che piegano sia verso il grunge che l’heavy-psych, il tutto condito da un piacevole retrogusto sudista. Si nota subito come pur trattandosi di un album potente, vitale ed energico, ci sia minore foga rispetto ai precedenti. Inalterato rimane il loro spirito ribelle e critico verso una certa America ipocrita e bigotta, anche se più riflessivo e maturo.
Abbastanza riuscita “Congratulations Song”, efficace nel coniugare i Metallica di “Black Album” e “Load” con gruppi come i Raging Slab, risultando però uno dei brani più deboli della discografia dei C.O.C..
Splendida invece la ballata sudista “Stare Too Long”, veramente degna dei Lynyrd Skynyrd del terzo/quarto album senza ricorrere ad alcun plagio.
Con “Diablo Blvd.”, più cadenzata, e soprattutto “Doublewide”, che alza il livello con un buon equilibrio tra hard rock e grunge malinconico, torniamo piacevolmente ai riffoni elettrici. “Zippo” è un improvviso sussulto, perché tra parti heavy-blues e chorus fantastici, finalmente si riprovano le emozioni di “Albatross” e “King of The Rotten”. Puro Hard-Blues che vive di luce propria è pure “Who’s Got The Fire”, con parti soliste e break ritmici che ricordano al meglio i giganti dei ’70.
“Sleeping Martyr” parte più sommessa, con un feeling da baita sonnolenta del Sud, per poi alternarsi a esplosioni sabbathiane, risultando piuttosto affine a certe cose dei Down, ma senza inflessioni sludge. Il suono poi diventa molto fuzzato in “Take What You Want”, pur non raggiungendo gli estremi dei Fu Manchu, in quanto si tratta piuttosto di un solido brano rock, con parti vocali e chitarristiche più accessibili.

Un’altra semi-ballata del Sud, stavolta con andamento elettrico, è “13 Angels”, davvero molto ipnotica e avvolgente, che non sfigura per niente di fronte agli episodi migliori di Metallica e Soundgarden.
Chiude “Gittin’ It On”, molto sullo stile aggressivo di “Wiseblood”, ma con un tenore qualitativo inferiore, causa qualche fraseggio Bay-Area di troppo.

In definitiva alla fine dell’ascolto si rimane più che soddisfatti, ci sono molti alti e qualche basso, i Corrosion sono sinonimo di classe e groove, e riescono pure stavolta a convincere nettamente; pur non essendo questo il loro capolavoro, si può dire che l’album contiene canzoni di livello ragguardevole.

Roberto Mattei